Primi giorni di scuola (dall’altra parte)

28 ottobre 2012 § Lascia un commento

Lunedì 5 ottobre è stato il mio primo giorno di lavoro, lunedì 29 ottobre siamo già in vacanza, per due settimane.

Ho iniziato con grande entusiasmo, mi è sempre piaciuta l’idea di lavorare nelle scuole. Ci avevo un po’ già lavorato, in Italia, nel mio ex-liceo, come “mediatrice culturale”: bizzarro modo per definire il mio ruolo, che era piuttosto quello di aiuto-insegnante di sostegno.  900 euro di stipendio totale annuo per 12 ore a settimana (circa). Adesso guadagno 800 euro al mese per le stesse ore e con molte meno responsabilità… Ma questa è un’altra storia.

Dicevo: il lavoro. Fa strano chiamarlo lavoro, sembra che solo per noi italiani lo sia effettivamente. Per gli assistenti di lingua inglese  (i più numerosi) si tratta di una tappa obbligata del loro percorso universitario: mica male pensare che siano “costretti” dalle loro università a partire per l’estero, per due anni di solito, il primo di Erasmus e il secondo di tirocinio/lavoro.

800 euro al mese per 12 ore la settimana. “Ma attenzione: non 12 ore da 60 minuti, ma 12 corsi, 12 lezioni”, hanno sottolineato le nostre formatrici per evitare che fossimo sfruttati (addirittura!) dalle scuole, che spesso fingono di ignorare le regole per trarre il massimo profitto dai “giovani stranieri inesperti” inviati da questi progetti internazionali.

Il nostro ruolo è ben definito: dobbiamo solo assistere l’insegnante, a cui spetta la preparazione della lezione, noi siamo solo i “parlanti nativi”, per esercitare la lingua orale. Ogni caso che si discosta da questo è da segnalare, in teoria.

La realtà è un po’ diversa, cambia molto da scuola a scuola. In una delle mie scuole, gli insegnanti cedono a me tutto lo svolgimento della lezione, per tutte le classi. Il bello è l’autonomia, la libertà nei metodi e negli argomenti, il brutto è non avere grandi guide per capire se il lavoro va bene o no. Ma è una palestra utile, una bella sfida, che aiuta a cercare modi migliori e attività sempre più efficaci. Gli insegnanti sono presenti in classe, mi confronto con loro a fine lezione per capire se c’è qualcosa da migliorare. Un caso così, teoricamente, sarebbe da segnalare.

L’altra scuola si avvicina di più al modello ideale: facendo la spettatrice, osservo metodi diversi, registro mentalmente attività che a me non sarebbero mai venute in mente, ne faccio tesoro. Il lavoro cambia molto a seconda dei singoli insegnanti, ma tutti sono presenti e partecipi, gestiscono la classe e si lavora insieme. Altre mie colleghe, meno fortunate di me, vengono lasciate completamente sole con gli alunni nella gestione dell’ora di italiano. Niente di tragico, però la mancanza dell’insegnante in classe delega il ruolo pedagogico all’assistente: non sarebbe neanche male, se almeno l’assistente fosse messo al corrente della situazione degli alunni (se ci sono problemi particolari o argomenti delicati). Dato che questo non avviene, si rischia di fare danni.

Ma pazienza.

Quel che consola è vedere che c’è disorganizzazione anche qui: una delle scuole a cui sono stata attribuita dice che non ha bisogno di me. Me l’ha detto il direttore stesso, solo al terzo colloquio, dopo un paio di incontri in cui non aveva saputo darmi informazioni sulla mia presenza nella scuola. La situazione non è ancora risolta: dopo le vacanze gli insegnanti della scuola elementare si raduneranno con l’Inspection Académique (organo a cui noi facciamo riferimento, responsabile pedagogico delle diverse scuole del département) per valutare se hanno bisogno di me o no. In caso di un loro diniego, potrei essere assegnata a un Collège (scuola media), dove mi accoglierebbero a braccia aperte.

Mi sembra assurdo che, in questi progetti internazionali in cui è deciso da almeno sei mesi il mio incarico in quelle specifiche scuole, il direttore cada dalle nuvole e mi dica che non ha bisogno di me. Mi sembra un gran spreco di soldi e risorse. Penso che in Italia, piuttosto che rifiutare qualcuno che comunque è già pagato per lavorare, gli si farebbe fare qualsiasi tipo di lavoro, sfruttandolo al massimo, a costo di fargli pulire i cessi delle scuole, servire il cibo in mensa o fare fotocopie (l’eccesso opposto). È un mese che lavoro solo due mattine a settimana, per 8 corsi e per un totale di 6 ore. Pensare che per me lavorare, in questi anni, voleva dire rispondere sempre al telefono già pronta a salire in bici, anche per le chiamate all’ultimo minuto, con orario variabile da una a dieci ore al giorno, senza stipendio fisso, senza malattia… ma con grande flessibilità.

Questo è l’anno in cui mi sembra di lavorare meno, tutto questo tempo libero sembra fare torto alla mia normale vita sempre di corsa, l’unica che abbia mai saputo fare.

Probabilmente è la componente masochista che sta parlando in me, o quella che in un qualche modo deve sempre trovare qualcosa di cui lamentarsi. Dico solo che apprezzo, per quanto sia faticoso, le mattine in cui esco di casa in una città ancora buia, ancora spenta, con i camioncini della nettezza urbana che si fermano nelle panetterie, quelle poche già aperte. Apprezzo le poche finestre illuminate di chi si sta svegliando, apprezzo quasi anche la nebbia mattutina, il sole che sorge quando sono già nella città in cui lavoro, davanti un caffè e un libro perché è ancora troppo presto per andare a scuola.

Questi (pochi) giorni con le occhiaie, di corriere e bambini, di lavagne e gessetti e campanelle e levatacce, danno un senso nuovo, diverso, prezioso a tutti gli altri, più calmi, incredibilmente più posati.

Il mistral accompagna questi primi giorni di vacanza, noi lo sentiamo curiosi, cuciniamo con il nostro forno nuovo per sentirci al calduccio di casa, aspettiamo amici che arriveranno a breve, ci godiamo questo giorno lunghissimo, primo anticipo di inverno.

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