Il tempo ciclico dell’Italia: appunti incompleti di un passaggio

27 dicembre 2012 § 1 Commento

Ritrovare Bologna è stata una sensazione strana: questo non è un ritorno a casa, ma un tempo – bello, pieno – dedicato ad amici e famiglie. Sono passati solo pochi mesi dalla nostra partenza, eppure al ritorno sentiamo come una leggera oppressione, una forma di tristezza che abbraccia discorsi atteggiamenti vestiti, il cielo padano plumbeo, i palazzi e le strade. In treno, in autobus, camminando per strada, continuiamo a rubare parole dalle conversazioni di chi ci capita intorno, per capire dalla spontaneità di una chiacchierata che non si sa ascoltata l’umore, i pensieri, le ansie.

Se da un lato è fin troppo banale dire che l’Italia è fatta di toni di voce troppo alti di chi parla al telefono sul treno, di suonerie polifoniche che esplodono una sull’altra, di borse giacche scarpe firmate, di apparenze e ignoranze (ma questo anche abbiamo ritrovato), dobbiamo però riconoscere anche che in quella parte di popolazione che prova a opporsi alle barbarie troppo spesso si incarnano alcuni tic di pensiero tipici di questo paese e di quest’epoca. Piccoli segni, nei su un pensiero pulito, tracce di un’italianità che è attaccata dentro, allo stomaco ai polmoni al fegato, insediata negli organi vitali di ognuno di noi. E non stupiscono le conseguenze, lo sottolinea molto bene Loredana Lipperini parlando di femminicidio, linguaggio e meccanismi distorti.

Dire che tutto questo è iniziato con il debutto della tivù commerciale berlusconiana è limitante, anche se parzialmente vero. Non c’è bisogno di citare Pasolini, semmai di rileggerlo (e gli Scritti corsari chissà in che scatolone sono), ma possiamo fare a meno dell’analisi e limitarci all’esperienza quotidiana, all’esserci in mezzo, immersi, perché è questo che segna il nostro tempo e il nostro ritorno. Il carotaggio di Vasta porta in profondità quello che viviamo ogni giorno quando siamo in Italia, che ci facciamo scorrere addosso, che ci irrita, su cui non riusciamo a non emettere un giudizio. Dopo poco più di quarantotto ore, con un percorso a tappe tra tre città, mi sentivo già saturato, oppresso, affaticato, nonostante la bellezza dell’abbraccio degli amici, del ritrovarsi nella condivisione. Più di una persona mi ha confermato l’impressione di loop: in Italia il tempo ha cambiato sostanza, si è fatto ciclico, ricorsivo, una ripetizione che a ogni giro si fa più afasica, ossessiva, caricaturale e, a ogni passaggio che ritorna, questo ciclo fatto di tempo e imbarbarimento scivola un poco più giù. La tempesta neurovegetativa di cui parla Vasta è in atto, sempre.

In auto dalla Francia a Milano cercavo di attenuare la velocità dell’attraversamento del confine a ritroso tenendo incollata la fronte al finestrino, con gli occhi a cercare là in basso, verso il mare scuro della Liguria, le tracce d’asfalto pedalato tre mesi fa. Tentativo vano, malinconico, la mente distratta e ritrovata solo con le note dei Cccp dalle casse. L’aver compiuto un viaggio reale per uscire dall’Italia a settembre, guadagnando ogni metro, sentendo cambiare poco a poco i paesaggi e le parlate influisce in modo determinante sul distacco provato al ritorno: pedalare, stare in strada per undici giorni ha messo distanza, ha segnato un passaggio reale.

Per sentirmi davvero tornato, per riconciliarmi con questo spazio, ho cercato in bici il fango dei sentieri sulle prime colline faentine, sopra casa dei miei. Difficile anche trovare le parole per dire il riconoscimento del respirare la nebbia con gli occhi su quel poco che si intravede dei calanchi, senza la città dall’alto, nascosta. La sensazione di origine, di un legame geografico affettivo, mappa reale da percorrere. Mi dovevo questa salita, per sudore fiato e muscoli che vincono il freddo e l’umidità. Questo ritorno sa di distanze riconosciute, da metabolizzare fino in fondo.

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