È l’instabilità che ci fa saldi ormai negli sradicamenti quotidiani?

15 marzo 2013 § 2 commenti

Dislocamento progressivo, sradicamento lento e infinito, forse: come se occorresse allontanarsi senza posa. Allontanarsi ritrovandosi, ritrovarsi perché ci si è allontanati.

La testa – secondo un percorso di cui non ho consapevolezza – oggi ha deciso di portare alla mia attenzione una parola: radicarsi.

Come un link, questa parola che (pare) non abbia intenzione di levarsi di torno ha iniziato a richiamare altre parole, intere frasi, letture presenti e di qualche tempo fa. Il mio pensiero cosciente vorrebbe aggiungerle un punto interrogativo: radicarsi?

Questa domanda non ci è ancora arrivata addosso in tutta la sua potenza: schiviamo l’ansia per il futuro lavorando, presentando candidature e partecipando a progetti. In più, io ho deciso di vivermi questo inverno come periodo sabbatico (quasi completo: un po’ si continua a lavorare) e ho dedicato la maggior parte del mio tempo alla scrittura. In questo, lo stacco totale dai social network è stato molto utile (sto riordinando gli appunti di “disintossicazione”: arriveranno).

Il nostro secondo passaggio in Italia, nei giorni delle elezioni politiche, ha incupito ancora di più la percezione della situazione rispetto alla fine di dicembre. I segni della crisi sembrano arrivare anche qui in Francia, vero, ma l’aria che si respira continua a essere diversa. In Italia l’assenza di futuro sembra ormai un dato acquisito, che non si mette nemmeno più in discussione. Percepire questo in assenza rende comunque partecipi: siamo coinvolti, anche se riusciamo a evitare le narrazioni tossiche che riempiono i media.

Con gli altri italiani che vivono qua, invece, capita spesso di chiedersi cosa chiamare ritorno: se quello verso l’Italia che abbiamo lasciato o quello che ci riporta alle nostre case di adesso.

Una delle tante cose che la parola “radicarsi” ha richiamato alla mente è una frase di Sepulveda (se non ricordo male): “uno è di dove si sente meglio”. Mentre Erri de Luca dice di aver sentito ripetere spesso “’a patria è chella ca te dà a mangia’” (definizione amara ma non dispregiativa, dice). Con un lavoro che mi permette di essere praticamente ovunque, a patto che ci sia una connessione disponibile, posso interrompere la relazione tra luogo e lavoro, un legame che crea appartenenza (anche nel negativo) e che radica (e che ha anche conseguenze politiche, mi verrebbe da dire: la difficoltà di condivisione e organizzazione data dall’atomizzazione del lavoro cognitivo precario sta lì a dimostrarcelo).

C’è poi una pulsione al nomadismo, al non darsi troppo tempo nello stesso posto, a imporsi di rimanere leggeri. La parola piantata nella mia testa ha richiamato anche le pagine di Chatwin. E mi rendo conto che i mesi che passano possono anche essere calcolati sulla base della quantità di oggetti accumulati: stoviglie, libri, vestiti… Passa il tempo e ci si appesantisce. Cambiare luogo è un’ottima ragione per lasciare indietro ciò che non ci è più indispensabile. Sradicarsi?

Mi è venuto in mente anche un TED Talk, in cui il relatore ragionava proprio sulla necessità di essere leggeri, di avere meno impedimenti e di legarsi a meno oggetti possibili. Ho provato a incrociare qualche ricerca su Google, ma non sono riuscito a recuperare il video, perché proprio non ricordo il nome. Peccato. (Se qualcuno se lo ricorda, lo scriva nei commenti! Grazie!)

E a questo punto mi sono reso conto che, da quando ho lasciato la mia città natale (ed era già tardi) ho cambiato solo un paio di città (Bologna e Roma) fermandomi in ognuna non più di tre anni consecutivi. Questo ha comportato un ripartire dall’inizio (anche se non da zero), ogni volta. A settembre dell’anno scorso siamo partiti per Avignone. Non sappiamo quanto rimarremo qui, anche se proveremo a restare, magari cambiando anche città. E il pensiero di un rientro in Italia è un ossimoro in cui si mescolano il calore del ritrovarsi e la desolazione del presente.

A queste riflessioni, che mi hanno accompagnato nella pulizia di casa e nello studio del francese, non c’è un pensiero conclusivo. La parola rimane in testa e io mi ostino ad aggiungerle un punto interrogativo.

La citazione in apertura è tratta da Queste voci che mi assediano di Assia Djebar. Il titolo del post è un verso della canzone Esco dei C.S.I. Il punto interrogativo l’ho aggiunto io.

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