Memoria delle migrazioni e razzismo del presente (spunti da un dialogo con un diciottenne francese)

19 aprile 2013 § 1 Commento

Insegnare apre la mente. Qualche giorno fa parlavo con un ragazzo che sta preparando il Bac (maturità) in italiano e deve approfondire il tema delle migrazioni nel nostro Paese. Sono rimasta stupita non tanto dalle difficoltà linguistiche, quanto dall’incapacità di cogliere la complessità del fenomeno migratorio da parte di un diciottenne, di buona famiglia, francese da generazioni.

Abbiamo analizzato insieme la situazione italiana, prima Paese di forte emigrazione poi Paese di immigrazione (senza contare le emigrazioni più recenti, di cui anch’io mi sento di fare parte). Mentre osservavamo le cause e le reazioni comuni a ogni emigrazione, mi sembrava logico che una conclusione critica sull’Italia balzasse agli occhi in tutta la sua evidenza: perché gli italiani non hanno memoria del loro passato di emigrazione quando si confrontano con i migranti che arrivano nello Stivale? Perché non applicano il proverbiale “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

Condannare chi viene in Italia per cercare un lavoro e una vita migliore e imporre norme restrittive (e criminalizzanti) per limitare i flussi migratori sono reazioni che abbiamo già visto contro noi italiani, migranti di un secolo fa, così come tutti i pregiudizi razzisti, per cui lo straniero è ladro, sporco, furbo, pericoloso, cattivo.

Ne parlavamo in uno dei nostri memorabili viaggi di ritorno con Daniele e con due covoituriens di origine albanese che dovevano arrivare all’aeroporto di Genova: ci raccontavano dei cambiamenti politici avvenuti in Albania, del loro desiderio di andarsene altrove e di come, con l’emigrazione in Italia, l’albanese fosse diventato in poco tempo la bestia nera agli occhi di molti italiani. Prima era toccato ai nordafricani, poi ci sono stati i rumeni. La storia continua a ripetersi, sulla pelle delle persone.

Sarà che anche noi, adesso, siamo emigrati e a questi temi siamo più attenti. Poi non mancano le opportunità per essere più coscienti, sia studiando la storia sia grazie alle numerose testimonianze dirette, come quelle raccolte a Galata, il Museo del mare di Genova, al terzo piano (che abbiamo visitato durante la nostra cicloemigrazione).

Al ragazzino, invece, non è suonata nessuna campanella. Tabula rasa. Pensavo fosse un problema di espressione scritta nella lingua per lui straniera, l’italiano. Allora ho provato prima a parlarne, chiedendogli che conclusioni poteva trarre dai documenti analizzati. Zero. “Cosa ne pensi allora dei migranti?”, gli ho chiesto. “Che ce ne sono troppi”. “E cosa pensi del razzismo, cosa ci vuole per cercare di sconfiggerlo?” Silenzio. E dire che di risposte facili ce n’erano: il dialogo, la conoscenza dell’altro, l’informazione.

Gli ho raccontato un po’ l’Italia, la mia situazione, come la vivo io. E ho capito una cosa evidente, ma che non avevo mai notato: la Francia non ha conosciuto l’emigrazione. Non in maniera così forte come altri Paesi, tra cui l’Italia. Già dal XIX secolo la Francia era un Paese di immigrazione (anche italiana, tra l’altro).

Un primo indizio avrei dovuto coglierlo nella confusione del ragazzo a leggere come parole distinte «migranti», «emigranti», «emigrati», «immigrati». La presenza di espatriati francesi in giro per il mondo è quasi sempre stata legata alla politica colonialista e di conquista, salvo forse alcune eccezioni (come l’Argentina, 350.000 arrivi dal 1857 al 1914; ma, per dare un’idea, tra il 1880 e il 1914 furono più di 1.700.000 gli italiani emigranti nel Paese sudamericano).

La Francia, accentratrice e colonialista, ha vissuto e vive una grande immigrazione, ma come capire il fenomeno se non lo si è mai vissuto? La gestione degli immigrati sul territorio, con l’accentramento nei quartieri-ghetto, forse risente proprio di questa visione a metà, parziale della migrazione. Un piccolo sforzo di immedesimazione potrebbe rovesciare la prospettiva e aprire gli occhi? Forse, ma gli italiani di oggi, senza memoria, dalla nostra storia di emigrazioni e sofferenze sembrano non aver tratto alcun insegnamento.

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