Di stanchezza e domande precise e terribili: uno sguardo fuori fuoco sul presente

6 maggio 2013 § 3 commenti

Mentre su Facebook citavo la poesia Stanchezza di Fernando Pessoa, aprivo un link che mi portava alla rubrica di Raimo e Mancassola su Rolling Stone, ad aprile intitolata proprio Tutta questa stanchezza. Quelle non-casualità che vale la pena indagare. Ho letto l’articolo, interessante (anche se necessariamente sintetico, ma gli spazi della rubrica sono quelli). La parte di Raimo secondo me coglie di più nel segno con alcuni tratti veloci, mentre Mancassola si pone su una linea molto delicata (vita reale vs vita online) che meriterebbe uno spazio più ampio per l’approfondimento. Però entrambi descrivono bene alcuni elementi comuni di questa contemporaneità.

Quello che vorrei, quello che sto cercando, quello che vorrei contribuire a produrre è il passo successivo all’analisi. E trovo che manchi, ovunque, anche in chi (penso al Vasta di Spaesamento) avanza qualche lucida argomentazione (quando parla di una “rabbia lucida e onesta”): anche se ci avviciniamo al cosa non riusciamo a capire il come. Pochi giorni fa su Twitter ho avuto una conversazione con @danffi; si parlava di altro ma, arrivando all’assenza culturale, mi ha inchiodato con tre domande: “Dove siamo noi? Qual è la nostra narrazione? In cosa incidiamo?” Domande precise e terribili. E sono proprio quelle a cui non riesco (riusciamo?) a rispondere.

Mancassola ha ragione quando parla di “consistenza pastosa, sempre meno fluida” dei pensieri, di stanchezza bianca che avvolge. Come se stessimo vivendo fuori fuoco, cercando una chiarezza di visione (comprensione) impossibile da trovare. Ed è chiaro che in tutto questo le tecnologie giocano un ruolo fondamentale. Ma non è solo di quello, ovviamente. C’entra la nuova dimensione del lavoro: veniamo da una società in cui il senso d’identità era costruito prevalentemente intorno a quello e ora viene a mancare, trascinando con sé la capacità di costruzione e decodificazione del mondo (e dobbiamo prepararci a società in cui la disoccupazione sarà sempre maggiore, sembra).

Nonostante questo, la leva del fallimento personale è utilizzata appena si può e quindi la disoccupazione viene additata come colpa (frutto di scelte sbagliate, mancanza di umilità e capacità di adattamento, snobismo…) da moralisti facili (da Gramellini alla Fornero, passando per una vasta schiera di politici, ministri e confindustriali).

Noi restiamo in questa situazione intermedia, senza farci attirare dalle illusorie retoriche di innovazione e startup, delle “magnifiche sorti e progressive” delle tecnologie digitali che continuano a produrre ancora più assoggettamento che liberazione (tornerà di moda parlare di classe?). Muoviamo il nostro sguardo opaco sul mondo e sul flusso rumoroso dell’essere eternamente connessi e non riusciamo a vedere. Mi viene in mente quello che Valerio Magrelli scriveva sulla miopia (commentando una sua poesia): “Se qualche segno giunge ad essere identificato, gli altri restano indietro, appena abbozzati, fossili ottici, impronte, lineamenti trattenuti sotto il pelo dell’acqua, pronti a affiorare benché ancora indiscernibili. Così, mi muovo in uno stato di perenne pre-comprensione e allerta.”

Ma pre-comprensione non è comprensione (appunto) e l’allerta perenne genera stanchezza perché mette il nostro corpo e la nostra mente sotto una tensione immotivata. In tutto questo, i fiumi di ironia social (che oggi trionfano nel giorno della morte del grande vecchio della politica italiana) sono quell’intelligenza che è parte della resa (sempre Vasta).

Sentirci paralizzati e stanchi è il minimo che possiamo provare: oltre, c’è solo l’abisso.

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§ 3 risposte a Di stanchezza e domande precise e terribili: uno sguardo fuori fuoco sul presente

  • thx1138 alias Mr. Fade ha detto:

    siamo di fronte a una smaterializzazione totale delle esistenze dovuta al fatto che il lavoro viene meno come cardine dell’identità e alla progressiva scomparsa del reale ad opera del virtuale, abitiamo un nuovo ambiente e non abbiamo ancora bene chiaro che cosa comporterà tutta questa mutazione… sopravvive meglio chi resta in superficie chi aderisce a una delle tante maschere prodotte dal sistema mediale e sociale, ma se cioranianamente demolisci anche tu per primo ogni tua configurazione che il tuo essere prende per differenziarsi dal mondo, lo smarrimento si fa depressione esistenziale, a qualcosa invece tocca credere, tocca identificarsi in un punto di vista per evitare derive schizoidi o fissare un abisso a rischio inghiottimento… credere in qualcosa, chissà, l’amore forse, ma è tutto sempre più un simulacro di un simulacro, anche se la sofferenza certo è reale, è l’unica cosa reale, l’unico corpo, l’unica materialità che abbiamo…

  • kappazeta ha detto:

    Aggiungo il link a un articolo appena letto: http://www.valigiablu.it/noi-la-crisi-non-la-zappiamo/. E ne cito una parte:
    “Il portato più nocivo di questi articoli (che, implicitamente o esplicitamente, sono rivolti ai giovani) è quello di rimuovere completamente il contesto socio-economico in cui viviamo dal 2008 a oggi e, soprattutto, ignorare le devastanti conseguenze dell’austerità – un’austerità che, a differenza di quello che Luna lascia intendere alla fine dell’articolo, non è «un destino ingiusto»: è una precisa scelta politica.

    Sebbene la responsabilità del disastro sia chiaramente imputabile ai governi di mezza Europa, la rapina con scasso del futuro dei giovani viene fatta ricadere esclusivamente su di loro. E i giovani non solo devono subire in silenzio, pena l’odiosa accusa di «lamentarsi» o «non essere propositivi»; sono pure costretti a patire la gogna inflitta da editorialisti iper-garantiti e ricoperti di soldi che la «vanga» non l’hanno vista nemmeno in un quadro astrattista di qualche galleria à la page.”

  • […] in un mondo completamente nuovo, dopo quasi dieci anni nella comunicazione, di cui molti da freelance, in solitaria davanti al pc. Ed è in questo mondo completamente nuovo che arriva il cambio di prospettiva, in cui la […]

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