O ci prendiamo l’Europa o ci teniamo gli editorialisti (su paghette, diritti, disoccupazione)

22 maggio 2013 § Lascia un commento

Dopo la cantonata dei panettieri a duemila euro al mese e dei laureati precari, qualcuno deve aver spiegato a Gramellini che la situazione lavorativa degli under 40 non ha niente a che vedere con l’essere choosy. Così, finalmente, anche l’editorialista de La Stampa parla di “terremoto sociale” e di “giovani o ex giovani disposti a tutto e condannati al niente“. Lo fa – dalla sua posizione di tutelato e ben retribuito – commentando i dati di un sondaggio Coldiretti/Swg che dice che “il 28 per cento dei giovani tra i 35 ed i 40 anni sopravvive con i soldi di mamma e papà”. E sarebbero disposti a fare qualsiasi lavoro pur di avere un reddito dignitoso.

Che ci volesse una ricerca commissionata da Coldiretti per svegliare qualche “vecchio” nelle redazioni fa sorridere, ma meglio tardi che mai, anche se nell’articolo del quotidiano torinese si parla di quarantenni che vivono con la paghetta dei genitori: una connotazione dispregiativa e una scelta lessicale precisa che dimenticano che in Italia non esiste praticamente nessuna forma di sostegno al reddito né di aiuto per situazioni di precarietà e difficoltà lavorativa.

Questa settimana in edicola c’è anche il servizio di copertina di Internazionale che parla di disoccupazione giovanile a livello europeo. “Disoccupati di tutta Europa unitevi” è il titolo in copertina, sostituito all’interno da un molto più veritiero “Generazione senza lavoro”. Dopo decenni passati a frammentare e individualizzare il mondo del lavoro, a diversificare contratti e posizioni, a precarizzare e impoverire ogni percorso professionale è difficile che i giovani disoccupati di tutta Europa facciano fronte comune. Se i 26 milioni di senza lavoro nell’Unione Europea dichiarassero l’indipendenza – come ipotizza José Ignacio Torreblanca – diventerebbero il settimo stato del continente per grandezza. Ma, come diceva Warren Buffet, la lotta di classe esiste ma è la classe ricca che sta facendo la guerra e la sta vincendo.

Gli articoli selezionati da Internazionale raccontano qualche storia personale, analizzano la situazione di alcuni Paesi e i tentativi di risposta dei governi. Manca uno sguardo al futuro. E credo sia sintomatico.

È possibile portare la ricerca di una risposta alla domanda “che fare?” a livello europeo? Se sì, come?

In realtà quando ho iniziato a scrivere volevo partire da un fatto personale: il mio primo contratto di lavoro  in Francia (comunque a termine) è il primo contratto di lavoro della mia vita in cui ho ferie pagate. E dire che i primi lavori li ho fatti da quando ho iniziato l’università (nel 1997). Del resto, noi lavoratori intellettuali “siamo la fascia alta dei morti di fame“.

Intanto, qui in Francia, continuiamo a conoscere persone provenienti da tutta Europa, intorno ai trent’anni, che parlano tre o quattro lingue, che hanno vissuto in almeno un paio di Paesi diversi, che hanno fatto parecchi lavori. Tutti – o quasi – nella morsa della precarietà, nella necessità di reinventarsi ogni giorno, impegnati a costruire percorsi fatti di salti e frammenti e mobilità. Forse stiamo già inventando un futuro diverso. Forse: da dentro è difficile capirlo. Forse dovremmo prenderci le istituzioni. Perché dovremmo essere noi a rispondere alla domanda: cosa vuole fare l’Europa con questa generazione che sta perdendo?

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