Istantanee dal Festival d’Avignon/2 (di vuoti e pieni, teatrocrazie e psicogeografie)

7 luglio 2013 § Lascia un commento

Da questa settimana tutti i giorni sono uguali, il fine settimana non esiste più, Avignone si gonfia di persone, immagini, suoni e rumori.

Nel frattempo, sono riuscito ad assistere a due generali, Remote Avignon e Shéda. Il primo è un percorso attraverso la città con una voce in cuffia che guida direzioni, azioni e passi. Interessante come esplorazione, poteva essere più forte, la scrittura poteva osare di più, anche se l’interazione con la gente che si ha intorno è molto divertente (soprattutto considerando che nei prossimi giorni ogni strada e ogni piazza saranno piene). Interazione tra uomo e macchina, attraversamento della città in una dimensione completamente diversa rispetto a quella degli altri passanti che incroci, suggestioni che portano la psicogeografia a livello di performance (più volte siamo stati osservati e filmati come se fossimo stati attori durante uno spettacolo), in cui il pattern non è dettato da una formula né da una casualità ma da una voce digitale. La scrittura è umana, certo, ma durante il percorso mi è capitato di chiedermi se davvero a guidare i miei passi fosse stata solo una macchina e non un pensiero umano. Non a caso, a un certo punto, in cuffia arriva la voce di Hal 9000 che rifiuta di obbedire agli astronauti.

Shéda è l’opera di uno degli artisti associati all’edizione di quest’anno, Dieudonné Niangouna, congolese. La Carrière de Boulbon è davvero suggestiva per il teatro, il testo è un po’ troppo lungo (circa cinque ore) e alterna momenti di forte impatto ad altri più lenti, meno riusciti. I monologhi di Niangouna colpiscono dritto al bersaglio, la forza politica del testo arriva dritta in faccia allo spettatore: colonialismo di eserciti e ong, la ricchezza occidentale e la miseria africana, la sete di giustizia. La storia non è lineare, si perde in frammenti che si incrociano, si scontrano, si allontanano. E sulla scena restano questi personaggi perduti, a giocarsi la sopravvivenza, tra pulsioni contrastanti e domande che risuonano nel vuoto.

E al vuoto stavo pensando proprio ieri pomeriggio mentre rientravo da lavoro: il contrasto tra l’Avignone di questi giorni e quella dei mesi invernali è così forte da far pensare davvero a due città diverse. Le strade deserte fredde di mistral, bar e locali tutti chiusi presto contro quelle piene di persone a ogni ora e in ogni angolo, di rumore visivo e uditivo, di chiunque in cerca di visibilità e di pubblico. Uno scarto schizofrenico che porta sull’architettura della città i sintomi della psicosi contemporanea, che alterna senza soluzione di continuità euforia e depressione, eccesso di pieno ed eccesso di vuoto, alla ricerca di un equilibrio impossibile.

Ed è bello osservare tutto questo anche da dentro, lavorando all’interno di questa enorme macchina che è il Festival (25 salariati durante l’anno, 800 nel mese di luglio).

Intanto, tutti continuano a cercare di richiamare l’attenzione. Ieri una coppia ballava sui trampoli davanti alla mia finestra, al ritmo del chitarrista che animava gli spazi del Cubanito (migliorando, leggermente, la qualità media della musica del locale, di solito più che pessima, inascoltabile), figuranti in abiti vari si dividono strade e piazze, biciclette e carretti variamente bardati cercano di elevare stendardi sopra la folla, un punkabbestia suona (male) la chitarra in una via, a pochi metri dalla Parade du Off. Apprezzo il suo dislocarsi appena fuori da quel centro di confusione. Ma suona veramente male per lasciargli qualche moneta. Un mondo di attori e performer che si disputano l’attenzione di un pubblico ancora numeroso. Ma in testa ritornano le parole della Teatrocrazia di Maurizio Nichetti (un testo del 1974):

(…) Gli Anni Ottanta rappresentarono un ulteriore calo di presenze in sala, mentre, forte delle scuole frequentate, un numero sempre maggiore di attori e di operatori culturali (come amavano definirsi) si riversò sui palcoscenici, nelle piazze, sui prati, insomma, ovunque ci fosse la possibilità di reggersi in piedi e di mostrarsi in pubblico. Il comitato per la sovvenzione statale dei gruppi teatrali, travolto dagli eventi, si rifugiò all’estero, clandestinamente. Fu il segnale che la diga aveva ceduto. Una marea di spettacoli invase il mondo. Subito fu tolto il barbaro uso del biglietto e si regalarono rappresentazioni d’ogni sorta, a qualunque ora, in ogni luogo: ma anche questa mossa non fu sufficiente a garantire spettatori. (…)

Annunci

Tag:, , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Istantanee dal Festival d’Avignon/2 (di vuoti e pieni, teatrocrazie e psicogeografie) su Emigriamo in bicicletta.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: