Istantanee dal Festival d’Avignon/3 (del pedalare sotto la pioggia, lontano da tutto)

9 luglio 2013 § Lascia un commento

Giorno di riposo, la nottata tirata tardi tra amici: il bar del Festival (a cui si accede con il badge – per chi lavora – o a invito – per tutti gli altri) non è niente di che. Oggi i ritmi sono più lenti, la mattina lavoro con Catherine (la mia prof. di francese) a un progetto sull’emigrazione, mediterranea e non solo, per Marsiglia 2013. Il pomeriggio dedico un paio d’ore al mio “vecchio” lavoro: è strano ora pensarlo così, ma mi rendo conto che i dubbi che avevo si stanno trasformando giorno dopo giorno in quasi certezze. Rileggo il pezzo che ho scritto e lo invio, in qualche finestra sul pc scorrono le immagini del Tour de France, che questa domenica passerà dal Mont Ventoux. Ma guardare qualcuno che pedala oggi non mi basta, sono io ad aver bisogno di spingere sui pedali, di far girare le ruote sull’asfalto, di prendere l’aria in faccia.

Prima Villeneuve, scivolando leggero tra le auto in coda, per un saluto (e per fare cucù a due gemelli di un paio d’anni o giù di lì dall’oblò di uno scivolo) e per ascoltare le cicale, che è difficile sentire in città, poi torno con Sara verso il centro di Avignone: dove non può la trombetta, ci sono i suoi freni che fischiano come una frenata improvvisa, la gente si scansa subito. Il cielo si fa grigio, arrivano le prime gocce. Ma una decina di chilometri non sono abbastanza, soprattutto se pedalati lentamente per non travolgere pedoni sperduti. Inizia a piovere, mi lascio Avignone alle spalle, con il suo divertimento obbligato, con l’eccesso di desiderio artistico (preteso, pretestuoso, reale), con i tavolini di bar e ristoranti che invadono le strade, con i canti le musiche le voci che si confondono in un’unica, indistinta, babelica colonna sonora.

Le gocce mi rinfrescano e adoro l’odore dell’asfalto bagnato d’estate. Le macchine che mi passano vicino mi attaccano con il loro calore tossico. Spingo di più. Non mi interessa la meta e nemmeno la bruttezza dei paesaggi che attraverso, ho solo bisogno di pedalare, di sentire i muscoli tesi per lo sforzo, i polmoni che si aprono. Passo zone industriali, incrocio traffico a ondate. La maglietta e i pantaloncini sono bagnati, gli occhiali sono ricoperti di gocce.

Esco dalla mia solitudine muscolare e sudata quando entro di nuovo nelle mura di Avignone. Lo scarto tra me che pedalo e tutto il resto è immenso. Lo sento addosso, nello sguardo che poso su cose e persone. I venti chilometri spinti a fondo sono un antidoto, una cura per tenersi saldi, una forma di resistenza per non perdersi in queste giornate che vogliono sempre tirare all’eccesso.

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