Istantanee dal Festival d’Avignon/4 (di imperativi, stanchezze e scontrini caduti nel cestino)

12 luglio 2013 § 1 Commento

image

Non sono ancora le due di notte e sono già a casa, doccia appena fatta. Sotto, il Cubanito mette pezzi che ascoltavo in Spagna ormai quindici anni fa. Mi rendo conto che a forza di scrivere con la tastiera francese (una incomprensibile azerty) inizio a fare confusione con le lettere di questa. Negli ultimi giorni alla biglietteria il ritmo è altissimo, non ci si ferma un istante. Ieri, alla chiusura della cassa, venti minuti di tensione (in francese avrei scritto “j’ai galeré” e mi rendo conto che avrebbe funzionato meglio) per due scontrini di pagamenti con carta di credito caduti nel cestino per errore. Verifica, controlla, verifica ancora, mantieni la calma, verifica, formula ipotesi, passa al vaglio ogni pezzo di carta nel cestino. Alla fine la mia cassa è perfetta. La serata poi è passata tra Ricard e chiacchiere tirate tardi. Comincio a capire quello che mi raccontavano a proposito dei ritmi del Festival. La stanchezza è marcata sulle facce di tutti, ma viene ricacciata indietro a ogni passo, a ogni bicchiere, a ogni sigaretta, a ogni amico incontrato per strada.

Mentre in tutta Avignone le persone camminano, si spostano da un teatro all’altro in un tour de force ai miei occhi sempre più incomprensibile, io passo la maggior parte del tempo seduto nello stesso posto, a parlare e a vendere biglietti proprio a quelle persone che creano il movimento in città. Molti di loro li incrocio ancora quando esco, quando torno verso casa o mi fermo a bere un bicchiere, qualcuno mi riconosce e mi saluta. Ci sono quelli che prenotano gli spettacoli seguendo una griglia (reale: spesso stampata o disegnata su carta) in cui cercare di incastrare qualcosa in ogni casella. Penso alla velocità e al tempo. Penso che uno spettacolo teatrale (ma anche un film, un libro) dovrebbe avere il tempo di sedimentarsi dentro, di far lavorare il cervello e le sensazioni, il tempo della rielaborazione. Mettere quattro spettacoli nello stesso giorno diventa una performance: ennesimo sintomo della società della prestazione in cui siamo immersi. L’imperativo è: di più, tutto, ancora di più, e subito. E ancora: essere dentro, fare parte. Per non parlare di tutti quelli che “sono nel milieu du théâtre”, dei wannabeartisti a tutti i costi. E mi chiedo se davvero c’è così tanto di importante da dire. Penso ancora al disertare, al silenzio, al restare lontano dal centro di cui parla Franco Arminio nella sua Geografia commossa (un libro necessario per cercare di tracciare una rotta oltre l’oggi).

A proposito di centro, stasera sono ritornato anche al bar del Festival (o Bar du In, come lo chiamano tutti), il centro a cui tanti aspirano, perché l’ingresso è riservato. Bevo l’ultima birretta prima di rientrare, Giusy mi racconta che gli anni passati c’era anche chi si rivendeva gli inviti, ma la cosa che più mi stupisce è che ci fosse qualcuno che li comprava (anche per 10 euro): l’imperativo della presenza, del farsi vedere, del poter dire “io ci sono” e, dopo, “io c’ero”. Come se essere qui fosse in qualche modo obbligatorio. Un imperativo che non capisco, saluto qualche collega e cammino verso casa, verso il sonno, verso queste parole.

La serata è iniziata guardando le persone passare, seduti sul minuscolo marciapiede accanto all’ingresso della Tache d’encre. Commenti, cazzate, stanchezze che si sciolgono in allegria e vicinanza. Il vento si alza a raffiche a scuotere i manifesti dell’Off. Poco lontano una ragazza con un vestito nero si siede, anche lei sul marciapiede, e tira su il vestito, mette le mani sotto e si sfila le mutande fino al ginocchio. Davanti a lei ci sono un uomo e una donna che non vediamo bene. Si dicono qualcosa. La gente continua a passare, forse non nota nemmeno il gesto della ragazza, che dopo poco si alza e, per rimettere le mutande, tira di nuovo su il vestito fino al culo. Scambia ancora qualche parola con le due persone che ha di fronte, poi comincia a camminare, ci passa davanti e sparisce tra le gente. C’est le Festival, ci ripetiamo sorridendo.

Annunci

Tag:, ,

§ Una risposta a Istantanee dal Festival d’Avignon/4 (di imperativi, stanchezze e scontrini caduti nel cestino)

  • la ragazza che si sfila le mutande è una performance che illustra l’indifferenza del mondo ai problemi di minzione delle donne 😀 come si dice? c’est drole ça! vabbè, comunque volevo dirti che leggo i tuoi racconti del festival e mi piacciono 1. perchè mi sembri meno lontano 2. perchè gli aspetti socio-culturali che ci fai notare sono gli stessi che capita anche a me di pensare quando vado a qualche rassegna del contemporaneo o al festival di Internazionale. ecco quando vado a ferrara scelgo una conferenza la mattina e una al pomeriggio, stop, se no non metabolizzo 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Istantanee dal Festival d’Avignon/4 (di imperativi, stanchezze e scontrini caduti nel cestino) su Emigriamo in bicicletta.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: