Istantanee dal Festival d’Avignon/6 (di trotskisti, gioie condivise e di noi, spettatori distratti al tavolino di un caffè)

16 luglio 2013 § Lascia un commento

Il giorno di riposo non è davvero un giorno di riposo. Passata la scadenza del 14 luglio, il weekend che dovrebbe contare più presenze in città, passata anche la metà del Festival, la sensazione è che la stanchezza sia più diffusa, meno nascosta. O forse è solo il filtro che la mia stanchezza mette sul mio sguardo. Ma anche i ragazzi di una compagnia di Modena che incrociamo spesso per le strade ci dicono che, oltre al grande investimento per stare qua, si stanno rendendo conto che l’Off è un po’ un delirio e i risultati che speravano sono veramente difficili da realizzare. Del resto è difficile davvero farsi notare in tutto questo rumore, che non è più di fondo ma di primo piano.

Ieri sera ho raggiunto un altro centro, per curiosità, per fare due chiacchiere con i colleghi fuori dal lavoro, per voglia di tirar tardi senza giustificazioni: sono stato al Potager du Palais des Papes, il bar che apre nelle serate delle prime degli spettacoli, ad accesso riservatissimo (il mio badge, in questo caso, non conta nulla). Ancora più ambito perché bar degli artisti che arrivano dopo essere stati sul palco e, in più, si mangia e si beve gratis. Bello essere nel Palazzo dei papi, buffo salire su una torretta del palazzo per andare in bagno. Chiacchieriamo e incrociamo persone che camminano a tre metri da terra, con l’aria sostenuta, che gettano su quelli che stanno “in basso” uno sguardo tra l’indifferenza e il disprezzo. Magari solo perché hanno recitato in qualche pièce o hanno fatto uno stage nel “milieu du théâtre” o forse nemmeno questo. Ne ridiamo. La differenza, ancora una volta, la fanno le persone che sono con te. E mi rendo conto che sì, potrei riuscire a essere ovunque o quasi, ma mi sento meglio un po’ di lato, verso i margini, dove nessuno si sente esclusivo solo perché ha ricevuto un cartoncino con sopra scritti un luogo e una data.

Ieri, tra carretti, trabiccoli, installazioni temporanee e semplici volantinatori per l’Off, ho incrociato anche un banchetto di Lutte Ouvrière: sensazione di straniamento, in questo contesto anche loro, con i manifesti e la rivista, sembravano teatrali, una sorta di messa in scena, una riflessione sull’ideologia, su cosa ne resta, come fossero attori che rappresentavano i militanti trotskisti (del passato? O se stessi, nel presente?) impegnati nell’attività di propaganda (peraltro poco efficace: nessuno si fermava). Sbirciando sul sito scopro che anche loro sono intervenuti a proposito degli insulti di Calderoli contro la Kyenge: “à quel animal peut-on comparer cet individu, blanc et propre sur lui?”

Scrivo queste istantanee a frammenti, dopo aver lavorato tutto il pomeriggio con Catherine al progetto di una trasmissione radiofonica sulle difficoltà linguistiche degli immigrati con il francese, con aspetti pedagogici e momenti più emotivi, legati alle canzoni che nelle varie lingue parlano di storie di migrazione. L’idea è molto bella, riempire le schede dei bandi per i finanziamenti è un po’ più faticoso, soprattutto quando la stanchezza si scioglie nelle temperature alte di questi giorni, confondendosi con il rumore che dalla strada non smette di salire alle nostre finestre.

Domenica sono arrivati Federico e Giulia da Tolone, era da un po’ che non ci si vedeva ed è bello fargli vedere Avignone durante il Festival: condividiamo come sempre pensieri e cibo (dolci!) e ci raccontiamo i nostri percorsi frammentati, le ipotesi sul futuro, le possibilità. A Federico arrivano due ottime notizie quasi in contemporanea: un colloquio per un lavoro a Lione e un contratto quasi pronto da firmare a Marsiglia. Giusy, intanto, ha saputo che è stata assegnata all’Academie di Aix-Marseille per il suo lavoro di professoressa di italiano: anche se non sa ancora la città, rimarrà in zona. Nonostante la precarietà, i conti sempre precari e le incertezze, troviamo sempre motivi di gioie condivise. E questo ricrea senso di famiglia, di casa.

Intanto, il Festival e l’Off vivono su due livelli differenti, separati, che sembrano non incrociarsi mai. Il Festival quasi non si vede nella città, invasa dai colori e dai rumori dell’Off. Molti spettatori vengono solo per gli spettacoli dei piccoli teatri, facendo una attenta selezione tra titoli e registi, altri incrociano spettacoli di Festival e Off, altri ancora probabilmente ignorano l’Off e la sua varietà (per snobismo? Per difficoltà a trovare qualcosa in un programma troppo vasto?). C’è anche chi voleva comprare biglietti per ogni ingresso per l’esposizione di Sophie Calle, per potere rimanere tutto il giorno nella Chambre 20 dell’Hotel La Mirande e restare più tempo possibile con l’artista. Bizzarria nella bizzarria. Un collega mi ha raccontato che agli sportelli della biglietteria è apparso anche Ewan McGregor (che sembra un habitué).

Negli ultimi due giorni ho visto anche un paio di general: Le Début de quelque chose, messo in scena da Myriam Marzouki e Rausch di Falk Richter e Anouk Van Dijk. Il primo è la storia di un villaggio turistico in un paese in rivolta, in guerra. Bella l’idea di partenza, ma la realizzazione non decolla mai, tende al soporifero, non stimola lo spettatore, non lo fa pensare, è l’inizio di qualcosa che non inizia mai realmente. Non sono stato l’unico ad aver chiuso gli occhi più di una volta per istanti di improbabile sonno. Rausch, invece, è un lavoro di teatro e danza che racconta le crisi personali all’interno della crisi economica: le relazioni sociali frammentate e schizofreniche del tempo dei social network, individualismi ed egoismi che si distorcono senza riuscire a entrare in comunicazione, la ricerca di una risposta politica il cui linguaggio è rabbioso e disperato e scivola intorno luoghi comuni, alla ricerca di nuove pratiche (mi ha fatto subito pensare agli Indignados o a Occupy). Un teatro non politico (nel senso che forse noi in Italia diamo a questa parola), ma profondamente sociale, umano. Era come se l’azione e le parole degli attori sul palco fossero uno specchio che ripeteva: “questo siete voi, questo fate”. Ed è davvero così.

Il mio giorno di riposo è ormai verso la fine, dal Cubanito arriva la stessa scaletta di ogni sera. Il tempo di una doccia e scenderemo ancora tra parole e bicchieri, il palco sarà il marciapiede, la strada e noi, spettatori distratti, guadagneremo il nostro posto non numerato al tavolino di un caffè.

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