Istantanee dal Festival d’Avignon/7 (di auguri ricevuti da persone sconosciute, manganelli italiani e di chi vorrebbe ma in realtà non può)

20 luglio 2013 § Lascia un commento

Ultimo giorno di lavoro. William, un collega che accoglie gli spettatori all’ingresso, aveva attaccato un foglio sulla mia postazione. Me ne sono accorto dopo un po’, quando tutti arrivavano per comprare o ritirare biglietti ma la prima cosa che mi dicevano era “buon compleanno”. Per questo credo che questo trentacinquesimo sia il compleanno in cui ho ricevuto più auguri di tutta la mia vita: anche oggi ho venduto parecchi biglietti, nonostante per molti spettacoli non ci siano più posti disponibili. È stato divertente vedere sconosciuti avvicinarsi, sorridere e salutarmi con un “joyeux anniversaire”. Ed è strano pensare che, dopo due mesi così intensi di lavoro, sia già tutto finito, che non si condividano più il cazzeggio e lo stress con i colleghi, che anche questo frammento di percorso sia arrivato alla sua fine. La prossima settimana sarà dedicata alla scrittura, tra progetti e idee narrative. E alla bicicletta: bisogno di pedalare e conoscere strade nuove, sudare per lo sforzo e aprire il polmoni al massimo. Poi l’Irlanda, Dublino. (A proposito: se avete consigli o dritte, usate i commenti qua sotto, grazie!)

Questo fine settimana Avignone è tornata a riempirsi, ma la gente è ancora in calo. Qualche giorno fa, mercoledì sera (è difficile distinguere i giorni, con questi ritmi), per la prima volta ho percepito silenzio per le strade, assenza di folla. Sensazione bella e leggermente straniante: ci si abitua in fretta a mani gambe facce che si muovono ovunque intorno, al parlare continuo e confuso che ti circonda sempre. È troppo, sì, ma è umano, è diffuso, è nelle strade. Resta ancora qualche spettacolo da vedere, almeno un paio trovati nel programma dell’Off (tra cui un adattamento da Europeana di Patrick Ourednik, un testo incredibile e, credo, molto difficile da mettere in scena). Ceniamo sotto casa, a O sole mio, brindiamo e chiacchieriamo, Philippe sorride e ci offre la cena, Mery comincia a lavorare subito dopo, io ritardo il momento dell’uscita per accorciare una nottata altrimenti troppo lunga.

Ultimi ricordi dalla biglietteria, in ordine sparso: la signora che ha prenotato un solo biglietto e mi chiede, sorridendo, se per caso ho voglia di accompagnarla. L’epopea di monsieur Gruszczynski e del suo collega con lo stesso nome, il cognome diverso per una k al posto della g, che lavorano per teatri con lo stesso nome ma in due diverse città polacche; biglietti messi tutti assieme, scambiati, introvabili, recuperati e di nuovo impossibili da trovare. E tutti e due, monsieur G. e monsieur K. sono capitati proprio al mio sportello. Storie buffe. Meno divertenti le attrici parigine che scendono al sud (perché non si può mancare il Festival), con figlie altrettanto attrici che cercano posti all’ultimo minuto e, ovviamente, non li trovano. L’attrice cercava in ogni modo di rimarcare il suo disappunto, fino alla frase perfetta, classica di chi vorrebbe ma in realtà no, non può, e lo sa: “qu’est que je peux faire pour avoir des places? Je vais appeller Stanislas Nordey…” Dubito che abbia chiamato uno degli artisti associati di quest’anno (l’avrebbe già fatto prima, se avesse davvero potuto) e dubito anche che potrà regalare un biglietto a sua figlia. Tant pis.

La stanchezza continua a essere diffusa, uno sbadiglio un sorso di rosé fresco. Persone che chiamano e persone da chiamare. La città invasa di adesivi con su scritto “Sophie Calle ta guele” (lei è un’artista performer di culto, a quanto sembra, a me completamente sconosciuta). Il celerino che si gratta la schiena con l’impugnatura del manganello. Mentre in Italia altri manganelli, sempre più pesanti, continuano a piovere sulle persone e sulle lotte. Come se nulla fosse cambiato da quei giorni di luglio di dodici anni fa. Anzi: qualcosa è cambiato, in peggio. Ma il nome di Carlo Giuliani e Genova non si cancellano dalla mente. E la Val Susa resiste. Leggo le notizie dall’Italia nelle pause di lavoro e non riesco a commentare, a pensare, a potere. Resto afono, impossibilitato. Cosa ancora deve succedere, mi chiedo?

Abito questo presente un po’ schizofrenico, dalla strada arrivano musica e clacson. Da domani i ritmi cambieranno, anche se il Festival continua fino al 26. Avignone si svuoterà pian piano fino a rimanere deserta durante il mese di agosto: locali e ristoranti chiusi, solo i turisti in giro. La città, dopo queste settimane di eccesso – spettacolare, lavorativo, alcolico -, ha bisogno di riposarsi per avviarsi verso il lungo inverno, anche se sarà quasi letargico. Allora anche noi ci prendiamo agosto di sospensione e a settembre giocheremo a inventarci ancora una volta, a scommetterci addosso il futuro.

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