Istantanee dal Festival d’Avignon/8 (di un mago che m’incanta, di vita che rompe la scena e di abbracci ad amici lontani)

23 luglio 2013 § Lascia un commento

Inizio a scrivere in un momento di tregua tra il chitarrista del Cubanito (sempre la stessa scaletta) e la band che suona davanti al Code Bar (l’altra sera un jazz veloce ed energetico, stasera niente di che). Mi accompagnano solo le voci delle persone che riempiono i tavoli della piazzetta. Ancora tanta gente, Mery è stata chiamata a lavorare alle 21. Mi rendo conto che da quando ho smesso di lavorare alla biglietteria è un po’ come se il Festival fosse finito, per me. Il calo di adrenalina è arrivato la domenica, nel corso della giornata, tra un risveglio lento e un pranzo tardivo, una cena che è più un aperitivo e un mago di Barcellona, Julian, che ha fatto scomparire una sigaretta accesa attraverso la mia maglietta. Io, stupito come un bambino: so dell’illusione ma in quegli istanti per me era davvero magia. Poco lontano un percussionista africano fa ballare una bimba biondissima.

Nelle strade le compagnie continuano a urlare, cantare, andare in parata per cercare di portare spettatori alle ultime rappresentazioni (l’Off finisce il 31, cinque giorni più tardi del Festival). La musica sotto casa ha ripreso e io penso all’amico Franz che questa sera è in Trentino, sul palco con i Sacri Cuori e Marc Ribot. Mi riempio di emozione per lui, che finalmente se l’è guadagnata la sua strada. E penso anche ad altri amici che tengono in piedi un piccolo festival da diciassette anni nel cuore dell’Abruzzo, a Capistrello. L’Arzibanda da tanti anni era per noi un appuntamento fisso, un momento per riprendersi tempo e respiro, per ritrovarsi a condividere vino e musica e parole: agli arzibanditi un abbraccio da lontano, che magari l’anno prossimo ci si rivede nelle vostre piazze e un grazie comunque, perché so che anche questa edizione è stata splendida per tutti quelli che l’hanno vissuta.

Da domenica i ritmi sono cambiati, ma più che una questione di orari e di impegni (anche, chiaro) è una condizione mentale. Ho ritrovato il tempo per leggere (oggi: Suicide et sacrifice, un pamphlet di Jean-Paul Galibert sulla capacità distruttiva dell’ipercapitalismo: spunti interessanti ma forse poco efficace) e per riprendere in mano idee e progetti di scrittura. Quasi mi sembra di aver finito di lavorare già da qualche settimana, eppure. Fino a oggi ancora niente bici: una puntura di qualche insetto mi ha fatto raddoppiare un ginocchio e ho pensato fosse meglio tenerlo a riposo.

Tra domenica e oggi ci siamo visti anche qualche spettacolo. In ordine cronologico inverso: oggi Sì, ça va, bravo! (Off), che ci ha fatto sbadigliare invece che ridere e di cui non abbiamo capito bene l’umorismo (almeno non eravamo gli unici: la coppia accanto a me se la dormiva della grossa!). Ieri pomeriggio Germinal, di cui tutti ci avevano parlato benissimo e a ragione. È una breve storia dell’umanità, dalla scoperta del linguaggio e dei legami sociali a quella dell’interazione con la natura e della tecnologia. Leggera anche quando tocca temi esistenziali, impeccabile nella messa in scena e nel lavoro dei quattro attori, fa sorridere (a tratti ridere davvero) e non molla nemmeno per un istante l’attenzione dello spettatore. Bello davvero, anche se mi sono reso conto che, forse, dall’arte m’aspetto qualcosa che scavi più a fondo, che mi faccia uscire con lo stomaco tirato, con la testa da un’altra parte rispetto a prima.

A un’arte che pretenda di insegnarci gli orrori e le nefandezze del bon ton, continuiamo a preferire un’arte che ci riveli il buio e le nostre zone di paura e, in sostanza, le libertà mai scontate del vivere e del morire.

Tondelli rimane uno dei fondamentali a cui si torna sempre. E proprio di zone di buio parla LB25 (putes), con Valérie Brancq (anche questo all’Off), costruito sui libri di Grisélidis Réal e Nelly Arcan, scrittrici e prostitute. M. LB25 era l’unico nome di una ragazza trovata ammazzata per strada prima che fosse scoperta la sua identità e il suo corpo venisse rimpatriato. Storie di prostituzione, di ragazze sfruttate, stuprate, uccise, di uomini che vogliono essere padroni, che pagano e pretendono. Un’ora di spettacolo in cui l’ambiguità dell’attrice che presta il suo corpo alle prostitute che interpreta mette in costante disagio lo spettatore, pagante, che si ritrova a guardare un corpo nudo, esposto. Ambiguità che lo rende spettatore, cliente e voyeur allo stesso tempo e suo malgrado. La scena si apre con I wanna be your dog, che continua a ritornare in versioni differenti. C’è qualcosa di punk, in questo spettacolo, l’urlo che rivendica dignità e libertà. Un urlo che resta dentro quando si esce dalla sala e si ritorna in strada nel fiume di persone.

Sempre nel programma dell’Off siamo riusciti a trovare due posti per Europeana, realizzato dal collettivo L’alpaca rose. Aspettando di entrare, abbiamo condiviso tempo e tavolino con una signora di ottantasei anni che sembrava uscita da un film di Myazaki, naso grosso e viso tondo, occhi che si fanno fessure e racconti di una vita, di un teatro-bistrot, della fatica di muoversi e cucinare e fare tutto quando si è vecchi. “Et ça n’est pas rigolo.”

Ammetto: avevo timore per una messa in scena del testo di Ourednik, un libro di altissimo livello e molto particolare, che procede per accostamenti e scarti, la narrazione di piccoli fatti e invenzioni e i grandi momenti della storia del ventesimo secolo, tragedie comprese, attraversando gli anni con uno tono leggero, a volte buffo, sempre umano. Le tre attrici sul palco mi hanno sorpreso: hanno trovato la chiave perfetta per portare Europeana in teatro, traducendone lo spirito in gesti e azioni, iperboli e impazzimenti, con le tre voci che a volte corrono a sincrono, poi si sfasano, si perdono. Si ride (come con il testo dello scrittore ceco), si rimane in silenzio davanti alle tragedie ma soprattutto si scopre che possiamo portare sulla nostra storia uno sguardo diverso, obliquo, passando attraverso le piccole cose che hanno fatto le nostre giornate e quelle di chi c’è stato prima di noi. Bello, davvero.

(Il video è di un’altra rappresentazione di Europeana, c’è qualcosa di diverso, tra cui una delle attrici, ma la sostanza è la stessa.)

Intanto, cerchiamo di organizzare un rientro in Italia verso ferragosto, per scendere direttamente in Lucania: la “scusa” è Terra e vento, al Castello di Monteserico (Genzano di Lucania), il desiderio è ritrovare amici sparsi ovunque, vivere insieme un altro sud, annullare le geografie frenetiche di impegni e lavoro per scoprire geografie commosse e partecipi. Le illustrazioni live dello spettacolo saranno di Ehsan, che oggi compie trent’anni: amico, questo post e il prossimo bicchiere sono per te, che ci riabbracciamo presto.

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