Offline Lucania, cronache distratte di un passaggio da sud a sud

21 agosto 2013 § Lascia un commento

I sud possono essere così diversi: 1500 chilometri in un paio di giorni, da un sud a un altro sud, quasi tutti in auto, dalla Provenza alla Basilicata, con una sosta in Romagna. E proprio l’arrivo (gli arrivi) in Romagna portano con sé due sensazioni contrarie e sincroniche: ritrovare qualcosa e, attaccato a questo, desiderare di ripartire. Parlo di luoghi, di geografie; famiglia e amici sono sempre presenti anche nella distanza, parte del quotidiano. Forse perché ormai è un anno che stiamo in Francia, forse perché stiamo costruendo legami e progetti là e non qui, ma è come se Faenza (in cui continuo a pensare di aver passato troppi anni) avesse meno da dirmi, come se la trovassi un po’ meno conosciuta a ogni ritorno. Sensazione che coltiva l’interrogazione di cosa chiamare ritorno, ancora. Geografia che si fa più estranea a ogni passaggio, forse dovrei riappropriarmene ancora prendendo la bici e salendo in collina, dietro casa dei miei. Sono curioso di camminare per le strade di Bologna, capire cosa mi dà oggi questa seconda città che continuo a sentire un po’ mia, ritrovare luoghi e passaggi e stanze. (E scatoloni di libri ancora senza una sistemazione definitiva). Intanto vivo Faenza (anche) come un ipertesto, chiave per aprire memorie rimaste in qualche angolo del cervello, distratte. Cammino, guardo, ascolto.

Da sud a sud, dicevo. Il paesaggio della Basilicata – la zona intorno a Oppido e Genzano e fin verso Matera –: brullo, giallo, sulle colline che si perdono all’orizzonte in ogni direzione gli alberi si possono contare sulle dita di non più di due mani. Sono di più le masserie abbandonate e lasciate andare in rovina. In pochi giorni chiamiamo più volte anche i Vigili del fuoco, tra qui e la Puglia, per segnalare incendi a lato strada (a volte forse invano).

La strada: non siamo abituati a tutti questi chilometri in auto. Mi rendo conto che coltivo una leggera insofferenza verso tutti i luoghi che possono essere raggiunti sono con l’auto privata: mi sembra qualcosa che appartiene (o debba appartenere) al passato. Sbaglio? Anche il discorso della rinascita dai piccoli paesi, del sud come possibilità di futuro, non può non immaginare una reale alternativa al trasporto privato. Strada: asfalti sconnessi e strappati, sopraffatti da crepe, ghiaia, smottamenti. È uno spostarsi precario, gli ammortizzatori che molleggiano le asperità, le indicazioni che a volte latitano, in queste colline che sembrano assomigliarsi tutte è facile perdersi. Eppure c’è un fascino, che parla di altri ritmi e trascina con sé le tracce di una storia difficile e sofferta, che si lega all’emigrazione, alla terra, al vento, alla fatica. Il buio di queste terre ci svela un cielo che avevamo dimenticato.

Poi il tempo e le distanze: tutto è “a cinque minuti”, poco più, comunque vicino, ma è un tempo diverso da quello normale, del lavoro, della fretta, della città: i cinque minuti si allungano per arrivare senza fatica a venti, a una mezz’ora. Per interi tratti di strada non si incontra nessuno. Sarà che sono abituato a paesi, frazioni, accrocchi di case abitate che si succedono in continuità, a distanza di cinque, dieci minuti al massimo. La Lucania è una luna arida, il sole arriva implacabile senza incontrare ostacoli, nessuna ombra, nessuna tregua. Anche il tempo della nostra presenza si dilata, qui: arriviamo il 15 e ripartiamo il 19 ma sembra di essere rimasti per settimane.

In questo tempo dilatato scelgo di rimanere disconnesso, il piano tariffario del mio numero italiano non è particolarmente vantaggioso e so che restare senza rete mi fa bene, per non sviare attenzioni in rapide condivisioni o in notizie solo intralette (mi chiedo: se esiste il termine “intravisto”, dovrebbe esistere anche “intraletto”; in questi tempi di letture interstiziali, di tempi frammentati, di lingua che vorrebbe essere semplice ma troppo spesso è semplificata, non si legge davvero, si “intralegge”, appunto). Faccio un’altra scelta (a cui penso da tempo): nessuna fotografia: non ho voglia di foto souvenir e i paesaggi che potrei ritrarre – come i Sassi di Matera – sono già stati fotografati molto meglio di quanto non riuscirei a fare io: i miei scatti aggiungerebbero solo rumore visivo. Mi sottraggo, conservo negli occhi, mi riempio di orizzonti e rocce, rimarrà un ricordo forte, senza nessun supporto fotografico che aiuti a richiamare alla memoria (che si finisce per ricordare le foto, ma non quello che significano, come scrive Susan Sontag a proposito di fotografie ben più importanti per la storia umana).

Terra e Vento è uno spettacolo che parla di queste terre, di emigrazione, di lavoro: il Castello di Monte Serico è suggestivo, la sera di ferragosto il vento è implacabile, le immagini di Ehsan proiettate sulla facciata tremano, riconosco il suo tratto e i suoi mostri, lo saluto mentre disegna e il suo sguardo è splendido. Durante lo spettacolo si cammina, si mangia, si entra e si esce dalle mura del castello. L’idea è molto interessante, sono messe in gioco le radici, la storia di più generazioni interroga anche la nostra presenza qui e la nostra scelta di lasciare l’Italia. Durante lo spettacolo il tempo prende una dimensione particolare, ma non tutti i momenti sono riusciti e forse il pubblico si perde un po’ nella storia, tra i simboli, nei passaggi.

Ritorniamo in Romagna sotto un anticipo di autunno, iniziamo a sentire gli amici che sono qua e, dopo tutta questa auto, torno a scegliere i miei mezzi preferiti: piedi e pedali.

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