Cambiare sguardo. Un quasi-bilancio del primo anno in Francia (con citazioni pop)

30 settembre 2013 § Lascia un commento

Nelle ultime settimane ho pensato più volte che avrebbe avuto senso scrivere qualcosa nell’anniversario della partenza (o in quello dell’arrivo ad Avignone). Ma non amo le ricorrenze, e settembre è stato un mese intenso: nuovi progetti che iniziano a crescere, richiedendo concentrazione ed energie, colloqui di lavoro, burocrazie da tenere a bada, collaborazioni in arrivo dall’Italia. Non c’è stato molto tempo per pensare: i momenti lontani dal computer erano per fughe in bici a esplorare la Provenza, per un bicchiere con gli amici che abbiamo ritrovato e con quelli che sono appena arrivati.

Però ci abbiamo pensato. All’11 settembre, al mattino della nostra partenza da Piazza Maggiore, con la telecamera di Repubblica e gli articoli su di noi che iniziavano a uscire man mano che macinavamo chilometri di via Emilia. E al 21 settembre, il giorno dell’arrivo (accidentato!) ad Avignone: diverso da come l’avevamo pensato. Ed è proprio nell’idea di diversità dalle aspettative, diversità rispetto all’immagine che ci si costruisce in testa che sta il senso di questo anno. Sradicarsi aiuta a cambiare prospettiva: cambia la lingua, cambia il quotidiano, cambiano per forza i pensieri che questo quotidiano descrivono e cercano di decifrare.

Ci sono stati più momenti, in questo anno, che hanno segnato per me uno scarto in una nuova direzione. Tra questi c’è l’esperienza di lavoro al Festival di Avignone: (come) essere catapultati in un mondo completamente nuovo, dopo quasi dieci anni nella comunicazione, di cui molti da freelance, in solitaria davanti al pc. Ed è in questo mondo completamente nuovo che arriva il cambio di prospettiva, in cui la convinzione di continuare a lavorare nella comunicazione viene messa in scacco dall’evidenza che altri percorsi non solo sono praticabili ma anche belli, ricchi, interessanti. Come scrivevo in un commento a un post di Giovanna Cosenza:

A volte penso che rimanere in un determinato settore lavorativo sia un dovere che ci si autoimpone, a prescindere dal sogno che ci guida.

Ecco: nel primo anno in Francia mi sono liberato da questo dovere autoimposto ed è una bella sensazione di libertà: posso fare altro, posso farlo bene ed essere sereno. La cosa buffa è che, almeno in parte, sto ritornando verso il mondo da cui mi ero allontanato, in particolare il giornalismo, ma lo sto facendo da un nuovo punto di vista (appunto) e con le idee molto più chiare: per adesso sono progetti non redditizi, vero, ma su cui sto investendo perché per me hanno un grande valore e mi portano in una delle direzioni che mi piacerebbe prendere. Non solo: sto anche cercando di costruire prospettive di lavoro completamente nuove, che prima di partire non avevo mai preso in considerazione (perché?).

Lo so. Queste sono parole e discorsi teorici: non hanno l’odore delle mani sporche di grasso dei pomeriggi passati in ciclofficina, la fatica dei chilometri pedalati con il mistral in faccia, il gusto del Traminer alsaziano stappato per brindare a un nuovo arrivo e al nostro primo anno qua, il mal di testa di pomeriggi passati a scrivere e riscrivere bandi per ottenere finanziamenti, la condivisione immediata, epidermica di quegli spaesamenti comuni tra chi si sta inventando un nuovo percorso fuori dal suo paese, l’aroma di pastis del Mon Bar, il labirinto di Pôle emploi, contratti e formazioni. Perché questo è stato il nostro settembre, di questo sa la nostra decisione di rimanere qua.

Cambiare sguardo, trovare un modo diverso di pensare alle possibilità e alle difficoltà da affrontare. E proprio oggi ho scelto di scrivere queste righe, perché mi sono ricordato dello spunto che mi aveva dato un amico, poco meno di un anno fa. Si parlava di scritture e di cover. È leggero, come spunto, ma forse non più di tanto. E se vi chiedete cosa ci fa un video di Carly Rae Jepsen in questo blog, guardate anche il secondo video: cambiare sguardo, pensare alle stesse cose in modo diverso. Ecco, proprio quella roba lì.

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