Sottrarsi allo tsunami? Riflessioni (e dubbi) sull’informazione indipendente, da Genova a oggi

8 ottobre 2013 § 5 commenti

Avevamo ragione.
Abbiamo perso.
Il nemico si tiene gli ostaggi.
Fino a quando la marea non monterà un’altra volta.
(Wu Ming)

Ieri sera Eva, un’amica, ha condiviso su Facebook una nota, in cui cercava di mettere in comune gli interrogativi sul suo percorso nell’informazione indipendente italiana nata intorno ai giorni del G8 di Genova del 2001. Si chiedeva se valesse la pena rinnovare ancora l’hosting del progetto che aveva messo in piedi, Zabrinsky Point, che attualmente vive su Facebook. Zabrinsky Point era un progetto parallelo e gemello del nostro Information Guerrilla, che alcuni amici e io avevamo creato – per urgenza, per rabbia – in una calda domenica romagnola, all’indomani del pestaggio alla scuola Diaz. Non eravamo là, per me è stato una sorta di battesimo in assenza. Ma da lì è cominciata una storia che ci ha visto impegnati in prima linea per cercare di raccontare il mondo in modo diverso: eravamo tanti, cercavamo di trovare e condividere un percorso, un’idea di futuro, che sentivamo possibile, nonostante Genova, nonostante l’inizio della guerra globale.

Come Information Guerrilla siamo stati anche controllati da vicino dai servizi, siamo finiti nei dossier di Pompa e Pollari. Sto divagando, ma in questo percorso è difficile dividere gli aspetti più “professionali” (lo metto tra virgolette, perché non è mai stato un lavoro che ci permetteva di vivere) da quelli esistenziali. Ed è proprio questo che mi ha colpito nelle parole di Eva: so che ha centrato il bersaglio, perché tra gli amici che una dozzina di anni fa si sono lanciati in questa avventura dell’informazione indipendente, sono quelli i dubbi, le domande. Scrive Eva:

Ma soprattutto negli ultimi anni ho maturato un’idea sul mondo dell’informazione in tutti i suoi aspetti che mi sta rendendo avversa persino l’idea stessa della sua esistenza. Un’avversione fondata sul fatto che l’informazione tutta sembra assumere sempre di più una funzione consensuale, come ha insegnato Chomsky, più che di investigazione della realtà. Il fatto che essa venga espressa e recepita spesso in una prospettiva verticale, laddove sia essa a dover formare pensiero e coscienza e azione e non siano invece il pensiero e la coscienza e l’azione a preesistere e distinguere, “al di là dei fatti”, come direbbe Terzani. Il fatto che “il medium è il messaggio” (“messaggio”, non “ricerca”, non “strumento di comprensione”), scriveva McLuhan, dovrebbe già rendere diffidenti. Il fatto che ci si aspetti dal basso di essa di sapere quale posizione dovremmo assumere, su cosa indignarci. Il fatto che forse nel maremoto dell’informazione non c’è più spazio per un pensiero davvero libero, diverso, lucido, disinteressato, che chi ha la forza di mantenersi in quello spazio esiguo lo faccia per forza di inerzia e resistenza, per un disperato senso di giustizia e ribellione, per non perdere la propria direzione, il proprio vissuto, la propria identità.

Le domande restano aperte: le risposte chiamano a una riflessione comune più che a un’uscita individuale. Poi Eva parla anche della possibilità di sottrarsi, concetto che da queste parti è spesso in testa, negli ultimi tempi:

Vorrei che ci fosse un altro modo di fare e recepire informazione che non debba necessariamente presumere quell’epilogo terrificante [la morte di Vittorio Arrigoni], vorrei che per i mille Vittorio in giro per il mondo ci fosse ancora una possibilità, un’altra via, e allo stesso tempo sospetto che l’unica via sia il gesto estremo di sottrarsi allo tsunami.

Quando abbiamo iniziato la rete era qualcosa di diverso, forse di più lento: non esisteva YouTube, non c’erano i social network, la produzione di contenuti (di ogni tipo) non era ancora così diffusa come oggi. Rovesciando la frase, potrei dire che il rumore di fondo era molto minore. La sensazione di essere stati travolti da questa ondata è forte, ma non è che uno degli aspetti di questo interrogarsi. Appare scoraggiante anche il fatto che sembra siano pochi – tra i militanti e gli attivisti più giovani, che si occupano anche di informazione indipendente – a conoscere la storia e il percorso non solo di Information Guerrilla ma di tanti altri progetti di informazione: in questa accelerazione dell’infosfera la memoria si sfalda, si perde. Forse conseguenza di un

incessante flusso comunicativo della rete in quanto carburante del capitalismo comunicativo, che al modico prezzo delle piccole ‘pepite di godimento’ (adrenalina) rappresentati da notifiche e nuovi messaggi, si appropria della nostra energia libidinale, esaurendo le nostre capacità di resistenza, e ne fa commercio. (Cito dalla recensione di Tiziana Terranova all’ultimo libro di Bifo Dopo il futuro: dal futurismo al cyberpunk)

A tutti questi frammenti che si legano stavo cercando una conclusione, ma mi rendo conto di non averne: non è un’analisi dettagliata dei cambiamenti nel giornalismo indipendente e militante negli ultimi dieci o quindici anni, non è uno sfogo di dubbi personali, non è uno sguardo alle prospettive possibili per il futuro. È qualcosa che sta in mezzo a tutto questo e a cui, oggi, non riusciamo ancora a dare una risposta.

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§ 5 risposte a Sottrarsi allo tsunami? Riflessioni (e dubbi) sull’informazione indipendente, da Genova a oggi

  • eva ha detto:

    Grazie Kz per le tue riflessioni a commento, che allargano interrogativi con cui credo che tutti noi che abbiamo vissuto questa evoluzione (o involuzione?) ci confrontiamo intimamente e che sentiamo il bisogno di condividere… non tanto forse per trovare risposte a un’analisi definitiva, ma per comprendere il nostro ruolo e la nostra direzione, il luogo dove collocarci radicalmente, perché penso che sia la nostra radicalità esistenziale ad aver determinato questo percorso… La questione del sottrarsi è infatti coerente proprio con quella radicalità, con quel bisogno di andare fino in fondo, di mantenerci in equilibrio. Quando parliamo di diserzione dell’infosfera non intendiamo rinnegare certo il valore che noi diamo alla ricerca della comprensione del mondo e alla necessità di dar voce a coloro che combattono contro i poteri e i loro mezzi per stravolgere la lettura degli eventi, di assoggettare i pensieri a quella lettura… (quella “lettura” e i suoi metodi infine pervasivi anche dei nostri, che siamo arrivati a contestare). Non intendiamo, credo, neanche un atto di ribellione in grado di cambiare alcunché… credo che intendiamo invece affermare una direzione esistenziale radicale, l’estrema rivendicazione di ciò che ci è appartenuto e l’autodifesa da qualcosa che non ci appartiene. E’ forse la reazione naturale a una delusione e al senso di vuoto. E’ come dire, “noi con questo casino non abbiamo e non vogliamo avere nulla a che fare”, siamo sempre stati da un’altra parte della barricata. Ma c’è dell’altro. Le “competenze”, i “saperi” acquisiti sul campo, gli stessi che oggi ci consentono di analizzare, distinguere e dissociarci dal “casino” infosferico, ci sono rimasti in mano, inerti, come un pugno di mosche. E’ l’ammissione di un fallimento e allo stesso tempo la ricerca di un salto di qualità esistenziale. Superare il guado, trovarsi oltre. Forse è un discorso che non rende giustizia nei confronti dei “Vittorio”… forse siamo presuntuosi, deboli, incapaci di sostenere la lotta. Forse siamo vigliacchi e traditori di una causa. Ma come qualcuno di noi ha detto, abbiamo capito che “il gioco è truccato”, e la scelta è se continuare il gioco truccato per un senso ideale di resistenza, con i soliti mille occhi aperti nella speranza di poter smascherare l’ennesimo trucco, oppure staccargli la spina, disertandolo. Forse farlo del tutto non ci sarà mai possibile… Ma penso che non seguire la propria natura radicale, restando in mezzo al guado, sarebbe stata per noi la risposta peggiore. Penso che abbiamo gli anticorpi necessari per poterlo fare senza rinnegare nessun valore, senza per questo “regredire” in noi stessi. Per ora disertiamo e restiamo sospesi in questo vuoto. Quel vissuto potrebbe avere migliori forme di espressione fuori da quel gioco…. Una cosa che sembriamo rimpiangere è il non aver lasciato una traccia definitiva, visibile, di quel vissuto e delle conclusioni che ne abbiamo tratto. Se finora non lo abbiamo fatto, forse è perché nel grande gioco che disconosciamo saremmo sempre ininfluenti. Forse il raccontarlo significherebbe restarci dentro, non poterlo disconoscere fino in fondo… oppure un giorno, superato quel guado, sentiremo di poterlo fare, con la lucidità e il distacco necessari, e questo spazio offerto da kz potrebbe esserne il luogo di partenza…

  • agaragar ha detto:

    …si, dici bene: a caratterizzarci fu la *radicalità* di una visione del mondo che andava a cozzare irrimediabilmente con la macchina da guerra (e con la sua protesi di disinformazione). Abbiamo perso? Ci tengono in ostaggio facendoci digitare sulla LORO PIATTAFORMA DIGITALE? Siamo come dei topi che rimandano lo stress digitando dei bottoni (i tasti della tastiera)? Siamo dei *morti viventi* in una IPER-REALTA’ CHE NON VEDE PIU’ SOGGETTI MA *PROCESSI DI ACCELERAZIONE DE-SOGGETTIVIZZANTI*? Io credo che il grande lavoro che la contro-informazione DAL BASSO ha prodotto non è poca cosa. Fin qui il *NOSTRO* tempo ha macinato le tappe della distopia neoliberale, facendola arretrare più volte…ANCHE SUL SUO STESSO TERRENO TECNOLOGICO! Penso all’enorme movimento di hackerattivism che non è stata una *variante* di un gioco che non ci ha riguardato. TUTT’ALTRO! La conflittualità diffusa s’è armata dei media digitali che aveva rubato, stravolgendone il senso commerciale e suscitando *reti molecolari* che hanno lasciato il segno più volte…Il panorama non mi pare fosco o fallimentare rispetto alla guerra che abbiamo dichiarato alla macchina digitale del capitale! Forse la stanchezza ha il suo ruolo, forse l’urgenza della LIBERAZIONE reclama quei tempi che avevamo aiutato anche noi a venire fuori: IL TEMPO DEL FUORI, IL *NOSTRO* TEMPO DELLA LIBERAZIONE!
    “Solo chi dispera tiene con sè il sorriso della speranza”…

  • eva ha detto:

    Caro agaragar, non penso che siamo topi in ostaggio, penso che siamo liberi proprio perché abbiamo i saperi per decifrare un meccanismo e restarne distaccati pur usando i mezzi tecnologici del capitale, sfuggendo mentalmente alla sua frammentazione … ma proprio per questo penso che per noi non c’è un ruolo simile a quello che abbiamo avuto in passato in cui sentirci a nostro agio, che è proprio questo distacco che ci lascia spaesati e sospesi, poiché per quella natura radicale è impossibile adattarsi alla frammentazione del presente, che se proviamo ad assumere quel ruolo, ne veniamo automaticamente frustrati… oggi quella che noi chiamiamo infosfera impone una scelta tra ruoli ben precisi di una certa autorevolezza e “reputazione”, il giornalista, il personaggio pubblico, l’opinionista facebookiano, l’attivista, il militante, il blogger, l’analista, il filosofo, il professionista, il politico… oppure stai nella marea dei partecipanti che rivendicano il diritto di di la loro, di esercitare la democrazia virtuale insomma… penso che noi siamo/eravamo altro! siamo/eravamo ribelli non catalogabili! tutto questo per me non ha nulla di anarchico, non produce e non esprime realmente nulla che faccia un passo avanti, gira su sé stesso, conferma poteri e debolezze, non abbatte nulla e non crea nulla… è flusso infinito in infinite direzioni, che pure da qualcosa, non da noi, è controllato… Ci si può adattare, certo, come stiamo facendo… fare la nostra parte irriducibile… restare noi stessi in ogni situazione… ma senza appunto illuderci di poter avere in questa situazione ancora quel ruolo che secondo me, come dici anche tu, abbiamo senz’altro avuto…..

  • […] è la controinformazione al tempo dei social e della Nsa”, mi diceva poco fa un amico (sottrazione, ancora). Il discorso sul cibo, poi, sarebbe molto più vasto. Consiglio di leggere il post su Giap […]

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