#coglioneSì, #coglioneNo ma siamo sempre la terra dei cachi

21 gennaio 2014 § 2 commenti

Il boom mediatico della campagna #coglioneNo si è probabilmente già esaurito, così come l’onda di analisi, commenti, critiche. Io ho trovato i video ben fatti e la campagna sacrosanta: farsi pagare per un lavoro quando un compenso è stato pattuito e il lavoro svolto dovrebbe essere il minimo, ma in questo paese i minimi vanno sempre più giù, si sa.

Trovo fuorviante, come sottolineava Loredana Lipperini, il fatto che come termini di paragone vengano prese professioni più “tradizionali” del creativo: le condizioni lavorative sono peggiorate per tutti (in questo caso la crisi è solo l’ennesima scusa usata per colpire in basso) ed è vero che tra un redattore precario e un cuoco di Eataly non ci dovrebbe essere differenza, perché la battaglia per i diritti è la stessa. O almeno dovrebbe essere la stessa.

Se così non è, credo che in parte sia dovuto al fatto che le professioni creative/intellettuali siano ammantate di un’aura che le rende qualcosa di più nobile e più elevato rispetto alle altre professioni. E proprio in virtù di questa aura è pieno di gente che è disposta a fare la fame pur di ritagliarsi un micro spazio di visibilità in questo mondo, così come dall’altra parte è pieno di committenti, clienti e datori di lavoro furbetti (quando va bene) e truffatori (quando va peggio) che sono ben felici di avere tanta manodopera pronta a scannarsi per poche briciole. È la legge del mercato, no?

Non solo: gli anni spesi da governi di ogni colore a individualizzare all’estremo contratti e situazioni lavorative hanno fatto sparire dalla nostra percezione l’orizzonte collettivo (se lo chiamo “coscienza di classe” do l’impressione di non voler uscire dal Novecento?). Il risultato è un po’ una guerra di tutti contro tutti e condizioni che peggiorano, per tutti.

Trovo però che questa campagna abbia avuto anche un altro pregio: sollevare il dibattito sul settore creativo. O almeno è quello che è successo nella mia rete di contatti.

Premetto: io intendo “settore creativo” in senso abbastanza lato, per il mio percorso professionale. Per me ci rientrano comunicazione, giornalismo ed editoria, perché sono i settori che ho conosciuto meglio, da dentro. Non ho dubbi che lo spettro si possa allargare anche parecchio. Su questo, sul target della campagna, rimando all’analisi di Giovanna Cosenza (“chi è che oggi non si senta un po’ artista, un po’ creativo e molto genio incompreso dalla società?”).

Il dibattito sul settore creativo, dicevo. Perché è proprio a causa delle condizioni di lavoro in questo settore – oltre che di una considerazione generalmente piuttosto bassa o, meglio, hobbystica, delle professioni intellettuali e creative (sulla cui origine potremmo dilungarci all’infinito) – che gli autori della campagna hanno sentito il bisogno di sottolineare una cosa ovvia: che il lavoro va pagato. Punto. Se questo fatto non è scontato dovremmo farci qualche domanda. Perché, purtroppo, non sarà una campagna a spingere i committenti, furbetti o truffatori che siano, a pagare i prossimi giovani di belle speranze che saranno ingaggiati  (e torniamo alle condizioni generali del lavoro: ci sarà sempre qualcuno “disponibile” a cascarci). In un settore in cui informalità e accordi verbali sono spesso una regola, dovrebbe intervenire la legge a tutelare i soggetti più deboli. Ma, davanti a editori nullatenenti o a committenti che si fanno di nebbia anche con gli ufficiali giudiziari purtroppo per i pesci piccoli c’è poco da fare (e cito casi dalla mia diretta esperienza personale).

Ci sono poi altri elementi che vale la pena sottolineare. Niccolò Contessa, nel suo intervento su Minima&Moralia, parla di “incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di ‘farcela’”. Luca Pakarov, su Rolling Stone, dice:

Ciò nonostante sussista una resistenza indomita, che fagocita il precario a non mollare, è attanagliata nel lato più profondo, intimo e simbolico, quello dell’obbligo di lasciare un segno tangibile del suo transito in un mondo già collassato da figure superflue, dove la famiglia è un articolo pubblicitario, il lavoro un’utopia, il domani oggi, le relazioni liquide, i valori contradditori, le figure di riferimento corrotte. (…) Sotto le luci dei riflettori chiunque è propenso a sfoderare i gioielli, a stiracchiare le qualità per trasformarle in doti paranormali, in attitudini artistiche fantasmagoriche, virtù che per lo più si dimostrano scialbe, leggermente ipnotiche e sempre autoreferenziali.

E la campagna #coglioneNO rientra all’interno di questo tipo di comunicazione:  certo, l’obiettivo è giusto e condivisibile, ma rientra all’interno di quella necessità di autopromozione costante che regola il mercato della creatività e della comunicazione (e sicuramente altri, ma li conosco meno). Farsi notare, emergere, distinguersi. Tutte caratteristiche della creatività (o almeno di una sua interpretazione). Ma anche direttamente legate alla capacità di vendersi, di trasformare in produzione di identità (e del marchio di se stessi) e, di conseguenza, in monetizzazione (diretta o indiretta) qualsiasi cosa una persona decida di pubblicare in rete. (È un tema che potrebbe diventare enorme, toccando la messa a produzione del tempo libero che i social network hanno portato nel nostro quotidiano, l’auto-imprenditorialità al ribasso e molto altro, quindi mi fermo qui.)

Queste sono le condizioni in cui ci si trova a lavorare, l’importante è averlo molto chiaro. Mi è già capitato più volte di sconsigliare o, quantomeno, di spingere a valutare con molta attenzione la possibilità di intraprendere una carriera in settori come il giornalismo e l’editoria perché in questo momento sono praticamente impossibili. Mi conforta il fatto di non essere l’unico a farlo, anche perché non ho pretesa di verità: probabilmente chi ha talento, determinazione e capacità di vendersi ce la farà. Per me, al contrario, dopo una decina d’anni nel settore, credo sia il caso di passare ad altro (ma questo ha molto a che fare con percorsi e stanchezze personali).

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