Nymphomaniac: uno sguardo dentro noi stessi (che può spaventarci)

12 aprile 2014 § Lascia un commento

Ora che sta uscendo in Italia, qualche amico mi ha consigliato di tirare fuori queste righe su Nymphomaniac, l’ultimo film di Lars Von Trier, scritte a caldo dopo la visione delle due parti del film qualche mese fa. Eccole.

Mi avvicino a Lars Von Trier ogni volta con un misto di attrazione e repulsione. A volte l’ho trovato terribile, letteralmente impossibile da guardare (è stato il caso di “Antichrist” e forse di “Gli Idioti”), altre irritante e violento (“Le onde del destino”, anche se ora non lo ricordo più bene), altre volte ancora perfetto nel mettere in scena il dramma umano (“Dancer in the dark” ma anche quell’esperimento strano che è “The Kingdom”; “Dogville” e il suo “seguito” “Manderlay”), poetico e visionario (“Melancholia”). Con “Nymphomaniac” non sapevo bene cosa aspettarmi.

Devo premettere che non amo Charlotte Gainsbourg (al mio pregiudizio verso i figli d’arte sono molto legato) soprattutto perché mi sembra un’attrice in grado di fare una sola espressione (in questo caso, nei film di Von Trier è un’espressione che può funzionare, con altri registi un po’ meno – vedi Gondry ne “L’arte del sogno”). Comunque. “Nymphomaniac”. Intanto bisogna dire che nelle sale – almeno in quelle francesi – è arrivato in due parti da circa due ore, contro le 5 ore e mezza del film integrale che Von Trier avrebbe voluto proiettare in una sola sessione.

Se è vero che quando ti siedi sulla poltroncina del cinema ti chiedi “cosa inventerà questa volta per shockare, provocare e disgustarmi?”, quando il film inizia sei rapito dalla storia, forse anche per la forma narrativa scelta, un racconto nel presente che parte a ritroso per flashback e digressioni (visive, concettuali) spesso anche ironiche e divertenti. Questo forse smorza anche la tensione che le vicende narrate ti fanno sentire alla bocca dello stomaco. “Nymphomaniac” è un bel film. È bello perché Von Trier è capace di portare uno sguardo privo di giudizio sulla storia che mette in scena e, dentro, c’è tutto, esasperato, portato ai limiti e oltre: il senso di colpa e di peccato, l’ossessione, la dipendenza, il sesso – pervasivo –, l’autonomia rivendicata fino a forzare il proprio corpo, l’ideologia, l’esplosione dei conflitti di genere, le tradizioni culturali… Soprattutto: l’impossibilità dell’innocenza o, forse, la possibilità di trovare un’innocenza in quello che agli occhi di tutti è colpa, peccato. C’è perversione, c’è malattia, c’è sangue, ma la rappresentazione non è mai morbosa, è piuttosto dialettica, riflessiva, anche grazie all’espediente narrativo con cui gli attori non solo riflettono sulle vicende passate ma fanno riflettere lo spettatore.

In questo scandagliare l’umano ai limiti estremi, nella sua massima tensione c’è la bellezza e la poesia di questo film, di un Lars Von Trier, le cui ossessioni forse non gli permettono di vivere una vita serena ma consentono a noi di gettare uno sguardo in un al di là che, forse dovremmo ammettere, è soprattutto dentro di noi.

Segnalo anche l’interessante lettura di Giona Nazzaro su MicroMega.

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