Istantanee dal Festival di Avignone 2014/4 (di biglietti dalle storie strane, di tappi per le orecchie, di musica jazz e parole in francese)

20 luglio 2014 § Lascia un commento

Secondo compleanno al Festival, ma questa volta mi resta ancora una settimana di lavoro. Faccio orari strani, frammentati tra la mattina e la sera. Scrivo in una lunga pausa prima di rientrare in biglietteria, fuori piove. Le facce in giro sono un po’ più stanche. Non restano più molti biglietti da vendere e i ritmi sono tranquilli.

Biglietti: ne sentiamo di ogni tipo.

C’è la signora che ha strappato per sbaglio il suo in tanti pezzetti e, accortasi dell’errore, lo ha riattaccato con lo scotch su un foglio di carta, ce l’ha mostrato timidamente chiedendo se sarebbe comunque potuta entrare (sì, siamo buoni, in fondo, e il biglietto era giusto).

C’è quello che “i biglietti sono finiti per sbaglio in un tritadocumenti”. Ma noi possiamo fare dei duplicati solo per i posti numerati, non per gli altri: vedi la tristezza, un misto di rabbia e rassegnazione. Mi spiace, ma non posso fare nulla. L’ho ripetuta spesso questa frase.

Oppure c’è la coppia che arriva dal Belgio, si presenta all’entrata con un biglietto per lo spettacolo giusto ma per un’altra data; da qualche parte c’è stato un errore di comprensione, è chiaro, ma quando hanno prenotato i biglietti al telefono hanno verificato con il mio collega le date, poi li hanno ritirati in biglietteria e ancora una volta avrebbero dovuto verificare (io lo consiglio sempre). Non posso fare niente, ancora. Alla fine comprano altri due biglietti ed entrano. “C’est aberrant”, dice lui. Non ho molto da rispondere.

Poi c’è la tedesca che ha comprato tutti i biglietti al prezzo ridotto per i beneficiari di Rsa (un sussidio statale), perché pensava che fosse quella la riduzione per chi compra biglietti per più di cinque spettacoli. Spiego la situazione, faccio pagare la differenza e le chiedo di passare in biglietteria il giorno dopo per regolarizzare gli altri biglietti.

C’è quella che fa più di un’ora di coda allo sportello per i rimborsi e quando arriva scopro che gli spettacoli che ha prenotato e pagato sono nei giorni successivi. “Rimborsiamo solo gli spettacoli che sono stati annullati”, le spiego. Resta come sorpresa, voleva cambiare data o spettacolo, non ricordo. Le consiglio di rivendere i biglietti e di comprarne di nuovi, se ce ne sono ancora. Resta basita, prende i suoi biglietti e se ne va.

Poi ci sono quelli che hanno comprato biglietti per spettacoli o concerti che si tengono fuori da Avignone, un po’ senza rendersene conto, un po’ perché forse le informazioni non sono chiarissime: il problema è che non sanno come arrivarci. Ancora una volta: mi dispiace, ma non posso fare niente.

E sono solo alcune delle storie, almeno sono quelle che io ho vissuto in prima persona.

Intanto, finalmente, sono riuscito a vedere An old monk, testo di Josse de Pauw. Un uomo che invecchia e la sua voglia di vivere (e di ballare), i pensieri che cambiano con il passare degli anni, il desiderio di solitudine, di farsi monaco, monk. Il secondo Monk è Thelonious e le musiche suonate dai tre formidabili musicisti sul palco sono un omaggio al grande jazzista. Bello, coinvolgente. Da ascoltare e da portare dentro.

Mentre la notte, più tardi, quando il sonno chiama, è il momento di smettere di ascoltare: troppo rumore sotto casa, la musica orrenda del Cubanito, gli ubriachi fino a mattina, i camion della spazzatura e quelli del supermercato all’angolo e della panetteria sotto casa. Sono diventato più sensibile ai rumori, il rombare esagerato dei motori, le urla della gente, tutto ciò che forma quella soglia di suoni disarmonici, costanti, che riempiono le nostre città. Dovremmo ritrovare più silenzio, il rumore continuo tende il mio sistema nervoso, impedisce il riposo. Per la prima volta ho iniziato a dormire con i tappi nelle orecchie e il mio sonno è tornato pieno, rinfrancante. Abbiamo anche iniziato a cercare una casa nuova, magari per l’autunno, non in centro e più tranquilla, sempre che i documenti che potremo fornire siano sufficienti per i proprietari.

Finisco con qualche parola in francese, condivisa una decina di giorni fa su Facebook: molti amici mi hanno detto che quelle righe descrivevano bene quello che sentiamo, in tanti, di questo Festival. Eccole.

Je ne le sens pas vraiment, ce Festival. Et je ne suis pas le seul. Pas envie de faire la fête, pas trop envie de voir des spectacles, de rentrer tard après un (long, comme était d’habitude) passage au bar du In. J’ai vécu qu’un seul Festival, en 2013, mais l’ambiance était complètement différente. Aujourd’hui, pas la même motivation, pas les mêmes énergies: pour les intermittents, pour les précaires, pour les intérimaires le futur risque d’être dur et difficile: c’est la majorité de ceux qui bossent à Avignon pour le Festival et le Off, pour la culture. On sent la lutte, on sent la fatigue. Les regards inquiets se croisent dans les rues, qui ne sont pas vides, c’est vrai, mais qui ne voient même pas autant de monde que les autres années. Et la météo est arrivé comme à souligner cette différence: la pluie, les orages, le vent, l’air, d’un coup, fraîche. On ne dirait pas que c’est juillet. Fin septembre, plutôt. Fin, en tout cas. On sent un sens de fin dans ce début. Je travaille, dans la ville, au milieu des gens, des travailleurs et des spectateurs. Mais je voudrais me perdre entre arbres et rochers, sur de chemins de montagne. Marcher. En silence. Peut-être aussi pour fuir le bruit visuel et auditif de ce besoin de (auto)promotion qui traverse la ville. Déserter. Se soustraire.

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