Pedalare la fine un po’ più in là (appunti distratti di un mini-viaggio in bici tra Gard e Ardèche + foto)

29 agosto 2014 § 2 commenti

Decido così, all’ultimo minuto: ho voglia di pedalare su strade nuove, di lasciare Avignone (che sa essere un po’ claustrofobica, almeno dentro le mura), di alberi e di silenzio. Così lunedì pomeriggio recupero una tenda e un nuovo contachilometri, studio un po’ la cartina e decido la direzione: nord, verso l’Ardèche, poi ovest attraverso le Gorges de l’Ardèche poi, in qualche modo, sud est per tornare ad Avignone. Giusto una telefonata al primo campeggio in cui penso di fermarmi per essere sicuro di avere un angoletto dove piantare la tenda. Viaggio senza connessione dati (un po’ per salvare la batteria, un po’ per scomparire) e spesso stacco proprio il telefono. La cartina è sul manubrio: non ho bisogno di altro. (Sì, in realtà volevo mettere nelle borse anche Rhinocéros di Ionesco, ma lo dimentico. Tant pis.)

Martedì mattina salgo in sella e inizio a seguire il corso del Rodano, attraversandolo un paio di volte per passare da un lato all’altro. Il cielo è coperto, la temperatura è perfetta. In un paio d’ore incrocio almeno una ventina di cicloturisti, che scendono tutti verso sud. Pedalo e penso che in Francia c’è tanto spazio non (pienamente) umanizzato, non cementificato: boschetti o foreste, angoli (anche molto vasti) di alberi e piante selvagge. È una cosa che mi colpisce ogni volta che viaggio, la percezione di questo enorme spazio verde. È un pensiero che ritornerà spesso in questi tre giorni, soprattutto quando sono perso tra colline e boschi di conifere, piccole stradine e quasi nessuna auto. Come questo possa coesistere con il brutale impatto delle centrali nucleari resta un mistero francese, almeno per me. Dopo poco più di trenta chilometri arrivo alla centrale di Marcoule: è enorme, circondata da reti elettrificate e filo spinato, è vietato avvicinarsi e fare fotografie. La strada che ho preso le passa accanto per tutta la sua lunghezza. Un’auto della Gendarmerie mi sorpassa, quando arrivo davanti all’ingresso della centrale l’auto è ferma sul lato opposto, a bloccare la carreggiata, e tre uomini stanno presidiando l’incrocio a mitra spianati. Qualcosa o qualcuno deve arrivare o partire, penso. Un brivido di inquietudine. Eppure la maggior parte dell’energia elettrica che uso anch’io ogni giorno viene proprio da lì. Il Rodano scorre accanto, calmo e imponente (e lo immagino impotente, in caso di incidente, vittima di ogni possibile contaminazione, che sarebbe spinta giù fino al Mediterraneo).

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Uno svariato tenue ronzio di raggi e gomme (cit.)

3 luglio 2013 § Lascia un commento

Non c’è niente da fare: essere in sella alla bicicletta e pedalare su strade nuove è una delle sensazioni più belle che sia possibile provare su questa terra, nonostante la fatica e la salita, nonostante il vento contro e il poco allenamento. Abbiamo approfittato del mio giorno libero da lavoro (visto che questa settimana si inizia a coprire anche i weekend e l’orario della biglietteria è allungato) per uscire. L’idea, un piccolo giretto, una quarantina di chilometri. Così passiamo il Rodano, ci lasciamo alle spalle Villeneuve e puntiamo verso nord, seguendo a distanza le curve del fiume. Dopo Roquemaure rientriamo in Vaucluse su un ponte che ci fa percepire la potenza del Rodano (che ad Avignone è diviso in due dall’Ile de la Barthelasse e sembra più piccolo, domato).

Dovremmo girare per Chateuneuf du Pape ma… Orange è così vicina che continuiamo verso nord. In pochi chilometri arriviamo, osserviamo l’immenso teatro antico da fuori, beviamo un frullato di frutta per rinfrescarci e mettere dentro zuccheri e vitamine e ripartiamo. Il vento ci è ostile, fortuna che non è mistral, e i saliscendi della Provenza affaticano un po’ le nostre gambe arrivate a luglio poco allenate. Ma la strada su cui pedaliamo è spesso deserta e intorno ci sono solo vigne. Bello, bellissimo. I paesaggi compensano la fatica, anche se il vento ci leva di bocca qualche imprecazione.

Scendiamo su Sorgues, il tempo di un passaggio veloce a salutare i bambini a cui Mery ha insegnato italiano per questo anno scolastico (e per riempire le borracce di acqua fresca, che la nostra ormai è brodo!) e ancora vento in faccia fino alle mura di Avignone. Dovevamo farne una quarantina, ne abbiamo fatti praticamente sessanta. Ma è una roba proprio necessaria, senza cui è impossibile stare. Pedalare, il sole addosso, intorno natura e paesi e città che cambiano a una velocità umana, che consente di percepire odori e suoni e dettagli.

La voglia di caricare le biciclette con il minimo necessario e rimettersi in strada, per conoscere, per incontrare, per sfuggire ogni volta che è possibile alla necessità di essere produttivi, stanziali. Non poterne fare a meno.

In questi giorni di lavoro, con il Festival d’Avignon che sta per iniziare e i ritmi che aumentano, troviamo comunque momenti per rallentare e tornare a guardare il mondo dalla sella della bici. Ho condiviso questo breve testo ieri su Facebook, ho pensato di metterlo anche qui per condividerlo al di fuori della nostra cerchia di contatti. Il titolo che ho scelto per il post è un verso di Le biciclette di Giorgio Caproni, che proprio oggi un carissimo amico mi ha dedicato (grazie, Enos!). Nelle ultime settimane ho raccolto anche qualche quadretto di vita avignonese, con le sue assurdità e i suoi deliri, osservati da dietro gli scuri chiusi di casa nostra, di notte. Li pubblicherò nei prossimi giorni.

Guardandolo dal basso (sous le Mont Ventoux)

12 novembre 2012 § 1 Commento

Mont Ventoux

Poiché questo blog è iniziato con il racconto di un viaggio in bicicletta (e prosegue – un po’ a singhiozzo – con il racconto della nostra esperienza francese), mi piace condividere con voi questo sguardo verso il Mont Ventoux. Dal basso, poco fuori Bedoin, sui primi metri della salita (la più dura delle tre). In questa splendida giornata di novembre ho deciso di arrivare fino a qui e guardarlo (uno sguardo sospeso tra umiltà e sfida) anche un po’ per prepararmi alla scalata (a primavera, magari inoltrata). Bello, emozionante vedere da vicino queste forme conosciute per le scalate epiche del Tour de France.

Forse, con questi 90 km abbondanti sui saliscendi della Provenza, ho chiesto un po’ troppo alle mie gambe (soprattutto alle ginocchia), a riposo dal nostro arrivo qui, ma ne è valsa la pena. E il vento, in queste zone, è una variabile impazzita, una sfida in più che arriva quando vuole, con la direzione e l’intensità che vuole, per mettere alla prova la resistenza (e la pazienza) dei ciclisti. L’unica certezza è che c’è, sempre.

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