#coglioneSì, #coglioneNo ma siamo sempre la terra dei cachi

21 gennaio 2014 § 2 commenti

Il boom mediatico della campagna #coglioneNo si è probabilmente già esaurito, così come l’onda di analisi, commenti, critiche. Io ho trovato i video ben fatti e la campagna sacrosanta: farsi pagare per un lavoro quando un compenso è stato pattuito e il lavoro svolto dovrebbe essere il minimo, ma in questo paese i minimi vanno sempre più giù, si sa.

Trovo fuorviante, come sottolineava Loredana Lipperini, il fatto che come termini di paragone vengano prese professioni più “tradizionali” del creativo: le condizioni lavorative sono peggiorate per tutti (in questo caso la crisi è solo l’ennesima scusa usata per colpire in basso) ed è vero che tra un redattore precario e un cuoco di Eataly non ci dovrebbe essere differenza, perché la battaglia per i diritti è la stessa. O almeno dovrebbe essere la stessa.

Se così non è, credo che in parte sia dovuto al fatto che le professioni creative/intellettuali siano ammantate di un’aura che le rende qualcosa di più nobile e più elevato rispetto alle altre professioni. E proprio in virtù di questa aura è pieno di gente che è disposta a fare la fame pur di ritagliarsi un micro spazio di visibilità in questo mondo, così come dall’altra parte è pieno di committenti, clienti e datori di lavoro furbetti (quando va bene) e truffatori (quando va peggio) che sono ben felici di avere tanta manodopera pronta a scannarsi per poche briciole. È la legge del mercato, no?

Non solo: gli anni spesi da governi di ogni colore a individualizzare all’estremo contratti e situazioni lavorative hanno fatto sparire dalla nostra percezione l’orizzonte collettivo (se lo chiamo “coscienza di classe” do l’impressione di non voler uscire dal Novecento?). Il risultato è un po’ una guerra di tutti contro tutti e condizioni che peggiorano, per tutti.

Trovo però che questa campagna abbia avuto anche un altro pregio: sollevare il dibattito sul settore creativo. O almeno è quello che è successo nella mia rete di contatti.

Premetto: io intendo “settore creativo” in senso abbastanza lato, per il mio percorso professionale. Per me ci rientrano comunicazione, giornalismo ed editoria, perché sono i settori che ho conosciuto meglio, da dentro. Non ho dubbi che lo spettro si possa allargare anche parecchio. Su questo, sul target della campagna, rimando all’analisi di Giovanna Cosenza (“chi è che oggi non si senta un po’ artista, un po’ creativo e molto genio incompreso dalla società?”).

Il dibattito sul settore creativo, dicevo. Perché è proprio a causa delle condizioni di lavoro in questo settore – oltre che di una considerazione generalmente piuttosto bassa o, meglio, hobbystica, delle professioni intellettuali e creative (sulla cui origine potremmo dilungarci all’infinito) – che gli autori della campagna hanno sentito il bisogno di sottolineare una cosa ovvia: che il lavoro va pagato. Punto. Se questo fatto non è scontato dovremmo farci qualche domanda. Perché, purtroppo, non sarà una campagna a spingere i committenti, furbetti o truffatori che siano, a pagare i prossimi giovani di belle speranze che saranno ingaggiati  (e torniamo alle condizioni generali del lavoro: ci sarà sempre qualcuno “disponibile” a cascarci). In un settore in cui informalità e accordi verbali sono spesso una regola, dovrebbe intervenire la legge a tutelare i soggetti più deboli. Ma, davanti a editori nullatenenti o a committenti che si fanno di nebbia anche con gli ufficiali giudiziari purtroppo per i pesci piccoli c’è poco da fare (e cito casi dalla mia diretta esperienza personale).

Ci sono poi altri elementi che vale la pena sottolineare. Niccolò Contessa, nel suo intervento su Minima&Moralia, parla di “incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di ‘farcela’”. Luca Pakarov, su Rolling Stone, dice:

Ciò nonostante sussista una resistenza indomita, che fagocita il precario a non mollare, è attanagliata nel lato più profondo, intimo e simbolico, quello dell’obbligo di lasciare un segno tangibile del suo transito in un mondo già collassato da figure superflue, dove la famiglia è un articolo pubblicitario, il lavoro un’utopia, il domani oggi, le relazioni liquide, i valori contradditori, le figure di riferimento corrotte. (…) Sotto le luci dei riflettori chiunque è propenso a sfoderare i gioielli, a stiracchiare le qualità per trasformarle in doti paranormali, in attitudini artistiche fantasmagoriche, virtù che per lo più si dimostrano scialbe, leggermente ipnotiche e sempre autoreferenziali.

E la campagna #coglioneNO rientra all’interno di questo tipo di comunicazione:  certo, l’obiettivo è giusto e condivisibile, ma rientra all’interno di quella necessità di autopromozione costante che regola il mercato della creatività e della comunicazione (e sicuramente altri, ma li conosco meno). Farsi notare, emergere, distinguersi. Tutte caratteristiche della creatività (o almeno di una sua interpretazione). Ma anche direttamente legate alla capacità di vendersi, di trasformare in produzione di identità (e del marchio di se stessi) e, di conseguenza, in monetizzazione (diretta o indiretta) qualsiasi cosa una persona decida di pubblicare in rete. (È un tema che potrebbe diventare enorme, toccando la messa a produzione del tempo libero che i social network hanno portato nel nostro quotidiano, l’auto-imprenditorialità al ribasso e molto altro, quindi mi fermo qui.)

Queste sono le condizioni in cui ci si trova a lavorare, l’importante è averlo molto chiaro. Mi è già capitato più volte di sconsigliare o, quantomeno, di spingere a valutare con molta attenzione la possibilità di intraprendere una carriera in settori come il giornalismo e l’editoria perché in questo momento sono praticamente impossibili. Mi conforta il fatto di non essere l’unico a farlo, anche perché non ho pretesa di verità: probabilmente chi ha talento, determinazione e capacità di vendersi ce la farà. Per me, al contrario, dopo una decina d’anni nel settore, credo sia il caso di passare ad altro (ma questo ha molto a che fare con percorsi e stanchezze personali).

Pane e meccanica (si parla di attesa, disciplina e cose da cui ripartire)

9 dicembre 2013 § Lascia un commento

Impastare bene la sera prima di andare a dormire, per trovare al risveglio l’opera della lievitazione, pronta da lavorare ancora prima di infornarla. Seguire un tempo che non è mio. Pensavo che sarebbe bello registrare questa levitazione in video, per poi fare un montaggio accelerato che mostri i cambiamenti, il volume che aumenta, la pasta che si gonfia, in pochi istanti, un minuto. Poi ho pensato che no: il tempo giusto per vedere questa lievitazione è il tempo reale, quello che pasta madre, farina, acqua (e sale e olio) impiegano per crescere. Allora una delle prossime volte che faccio il pane potrei restare la notte a fargli compagnia, magari con un buon bicchiere e anche un libro, e osservare minuto dopo minuto, ora dopo ora, l’evolversi di questa lavorazione. Come con i rinfreschi durante la giornata prima della panificazione, bello sentire che il tempo è un altro, bello riscoprire la pazienza e il senso dell’attesa.

Niente rapidità, niente flusso incessante di informazioni emozioni inutilità, niente passaggio dal supermercato alla tavola, ma tutto il gusto di sentire gli ingredienti mescolarsi sotto le mani, di sentirli cambiare, l’odore che arriva alle narici e che imparo a conoscere e riconoscere. E di volta in volta imparare di più, capire come intervenire per ottenere ciò che desidero.

Attesa, pazienza e disciplina.

ciclofficinaLe stesse cose che sto imparando dalla meccanica che, come diceva Leonardo il chirurgo della bici, è una terapia. Il dato, semplice ma fondamentale: a un problema corrisponde una causa. Anche qui: imparare a riconoscerla, a intervenire, poco alla volta, imparando a smontare e rimontare, facendo errori, smontando e rimontando di nuovo fino al risultato migliore.

Mani sporche di impasto che rimane attaccato ovunque in un caso, sporche di grasso e nero e polvere nell’altro.

Come con il pane, così con la meccanica: non puoi avere fretta e non puoi fare le cose a caso. Imparare a controllare il risultato, imparare a prendersi il tempo necessario. E arrivare a sera con una bici pronta per andare in strada e con il pane appena sfornato che ti viene voglia di mangiarlo così, subito, ancora caldo, senza nient’altro.

In questi tempi ritrovati dimenticarsi dei social network, dell’ironia forzata, degli aggiornamenti continui e vacui, scoprendo che si può stare meglio. Da questo cercare di ripartire.

Appunti condivisi su Facebook ieri prima di andare a dormire, sentiti ancora più forti oggi in mezzo al delirio di primarie e forconi. “Sottrarsi è la controinformazione al tempo dei social e della Nsa”, mi diceva poco fa un amico (sottrazione, ancora). Il discorso sul cibo, poi, sarebbe molto più vasto. Consiglio di leggere il post su Giap che parla della “Disneyland del cibo” e i commenti che l’articolo ha suscitato, in particolare quando si parla di tempo da dedicare alla preparazione di ciò che mangiamo, all’idea di strappare tempo al lavoro e dedicarlo, attraverso l’alimentazione, alla cura di sé e alla relazione con sé e con gli altri.

Sottrarsi allo tsunami? Riflessioni (e dubbi) sull’informazione indipendente, da Genova a oggi

8 ottobre 2013 § 5 commenti

Avevamo ragione.
Abbiamo perso.
Il nemico si tiene gli ostaggi.
Fino a quando la marea non monterà un’altra volta.
(Wu Ming)

Ieri sera Eva, un’amica, ha condiviso su Facebook una nota, in cui cercava di mettere in comune gli interrogativi sul suo percorso nell’informazione indipendente italiana nata intorno ai giorni del G8 di Genova del 2001. Si chiedeva se valesse la pena rinnovare ancora l’hosting del progetto che aveva messo in piedi, Zabrinsky Point, che attualmente vive su Facebook. Zabrinsky Point era un progetto parallelo e gemello del nostro Information Guerrilla, che alcuni amici e io avevamo creato – per urgenza, per rabbia – in una calda domenica romagnola, all’indomani del pestaggio alla scuola Diaz. Non eravamo là, per me è stato una sorta di battesimo in assenza. Ma da lì è cominciata una storia che ci ha visto impegnati in prima linea per cercare di raccontare il mondo in modo diverso: eravamo tanti, cercavamo di trovare e condividere un percorso, un’idea di futuro, che sentivamo possibile, nonostante Genova, nonostante l’inizio della guerra globale.

Come Information Guerrilla siamo stati anche controllati da vicino dai servizi, siamo finiti nei dossier di Pompa e Pollari. Sto divagando, ma in questo percorso è difficile dividere gli aspetti più “professionali” (lo metto tra virgolette, perché non è mai stato un lavoro che ci permetteva di vivere) da quelli esistenziali. Ed è proprio questo che mi ha colpito nelle parole di Eva: so che ha centrato il bersaglio, perché tra gli amici che una dozzina di anni fa si sono lanciati in questa avventura dell’informazione indipendente, sono quelli i dubbi, le domande. Scrive Eva:

Ma soprattutto negli ultimi anni ho maturato un’idea sul mondo dell’informazione in tutti i suoi aspetti che mi sta rendendo avversa persino l’idea stessa della sua esistenza. Un’avversione fondata sul fatto che l’informazione tutta sembra assumere sempre di più una funzione consensuale, come ha insegnato Chomsky, più che di investigazione della realtà. Il fatto che essa venga espressa e recepita spesso in una prospettiva verticale, laddove sia essa a dover formare pensiero e coscienza e azione e non siano invece il pensiero e la coscienza e l’azione a preesistere e distinguere, “al di là dei fatti”, come direbbe Terzani. Il fatto che “il medium è il messaggio” (“messaggio”, non “ricerca”, non “strumento di comprensione”), scriveva McLuhan, dovrebbe già rendere diffidenti. Il fatto che ci si aspetti dal basso di essa di sapere quale posizione dovremmo assumere, su cosa indignarci. Il fatto che forse nel maremoto dell’informazione non c’è più spazio per un pensiero davvero libero, diverso, lucido, disinteressato, che chi ha la forza di mantenersi in quello spazio esiguo lo faccia per forza di inerzia e resistenza, per un disperato senso di giustizia e ribellione, per non perdere la propria direzione, il proprio vissuto, la propria identità.

Le domande restano aperte: le risposte chiamano a una riflessione comune più che a un’uscita individuale. Poi Eva parla anche della possibilità di sottrarsi, concetto che da queste parti è spesso in testa, negli ultimi tempi:

Vorrei che ci fosse un altro modo di fare e recepire informazione che non debba necessariamente presumere quell’epilogo terrificante [la morte di Vittorio Arrigoni], vorrei che per i mille Vittorio in giro per il mondo ci fosse ancora una possibilità, un’altra via, e allo stesso tempo sospetto che l’unica via sia il gesto estremo di sottrarsi allo tsunami.

Quando abbiamo iniziato la rete era qualcosa di diverso, forse di più lento: non esisteva YouTube, non c’erano i social network, la produzione di contenuti (di ogni tipo) non era ancora così diffusa come oggi. Rovesciando la frase, potrei dire che il rumore di fondo era molto minore. La sensazione di essere stati travolti da questa ondata è forte, ma non è che uno degli aspetti di questo interrogarsi. Appare scoraggiante anche il fatto che sembra siano pochi – tra i militanti e gli attivisti più giovani, che si occupano anche di informazione indipendente – a conoscere la storia e il percorso non solo di Information Guerrilla ma di tanti altri progetti di informazione: in questa accelerazione dell’infosfera la memoria si sfalda, si perde. Forse conseguenza di un

incessante flusso comunicativo della rete in quanto carburante del capitalismo comunicativo, che al modico prezzo delle piccole ‘pepite di godimento’ (adrenalina) rappresentati da notifiche e nuovi messaggi, si appropria della nostra energia libidinale, esaurendo le nostre capacità di resistenza, e ne fa commercio. (Cito dalla recensione di Tiziana Terranova all’ultimo libro di Bifo Dopo il futuro: dal futurismo al cyberpunk)

A tutti questi frammenti che si legano stavo cercando una conclusione, ma mi rendo conto di non averne: non è un’analisi dettagliata dei cambiamenti nel giornalismo indipendente e militante negli ultimi dieci o quindici anni, non è uno sfogo di dubbi personali, non è uno sguardo alle prospettive possibili per il futuro. È qualcosa che sta in mezzo a tutto questo e a cui, oggi, non riusciamo ancora a dare una risposta.

Istantanee dal Festival d’Avignon/9 (di fine, di scosse punk per le strade e di un’Italia sempre più desolante)

29 luglio 2013 § Lascia un commento

Ogni fine sembra essere paradigmatica, quasi a contenere in sé un universale che allarga lo sguardo. Questo si sente per le strade di Avignone, ora che il Festival è finito e che anche all’Off restano solo un paio di giorni. Le strade che si svuotano, i locali meno affollati, i manifesti degli spettacoli che vengono staccati, strappati da mani e vento o da spazzini che vogliono mettersi avanti sul lavoro, i volantini sparsi a terra e accumulati, irregolari. E mi stupisco dell’energia con cui le compagnie continuano a fare promozione agli spettacoli, a fermarti per strada sorridendo e recitando la formuletta che ormai esce automatica. Qualcuno si inventa soluzioni buffe per le ultime rappresentazioni, come l’uomo che è seduto su una finestra al primo piano di una casa su rue de la Carretterie e lascia penzolare, dalla cima di una sorta di canna da pesca, i volantini attaccati con una molletta, trovando i sorrisi di chi non sa se abboccare all’amo di questa pubblicità simpatica, inaspettata.

Ieri sono arrivati a trovarci LuisMi e Ibrahim da Madrid: sempre bello vederli e condividere tempo con loro, anche nell’attesa di un covoiturage che non arriva mai: oggi pomeriggio, terribile: a ogni chiamata per chiedere quando sarebbe arrivato, la risposta era la stessa “tra un’ora”. Risultato: tre ore e mezza di ritardo in partenza. Chissà a che ora arriveranno a Cannes.

Di questo primo nostro Festival restano tante sensazioni, tante immagini. E ricordo di quanto fosse difficile capire davvero i racconti invernali degli amici su come cambia la città e su come impazziscono i ritmi di vita: dovevamo viverlo per scoprire che è davvero così. I ritmi intensi del lavoro, il primo bicchiere condiviso della serata che si trasforma nel secondo e nel terzo, in discorsi che si incrociano, amici che si ritrovano e nuovi amici che si incontrano. Parole, sguardi, stanchezza ricacciata indietro perché è comunque bello condividere tutto questo, per quanto effimero, euforico, atmosfera alterata. E gli attori in scena, gli spettacoli, le emozioni e le suggestioni (ma anche la noia, certo) di chi lavora sull’umano e cerca di trasmetterlo. Qualcosa che è difficile capire da fuori, senza viverlo, e io ho avuto il vantaggio di lavorare proprio all’interno di questa enorme macchina. Ne è valsa la pena.

E ancora è di immagini e di istantanee: la camionetta della polizia che impedisce il passaggio del bus, fa manovra in retromarcia e falcia un paletto di metallo a difesa del marciapiede e nemmeno il poliziotto anziano, che dà le indicazioni per la manovra, se ne cura; il rumore dei bicchieri che si rompono nelle terrasses dei ristoranti e dei bar, una colonna sonora asincrona ma costante, percepita ovunque – e non solo sotto casa – (che genera una domanda inutile ma divertente: quanti bicchieri si saranno rotti, in città, durante il Festival?); i Crs che vengono a scroccare da bere al Cubanito verso mezzanotte, confermando (come se ce ne fosse ancora bisogno) che è un posto che non ci piace per nulla. Fortuna che a salvarci dalla sua musica stanotte è arrivato un temporale terribile e violento, bellissimo, che ha riempito le strade d’acqua e fatto saltare più volte l’illuminazione pubblica. Ma al Cubanito, sarà perché l’abbiamo sotto casa, sarà perché abusa oltre ogni limite dell’immagine del Che, attacchiamo anche un altro ricordo volante: Ibrahim e Mery entrano per improvvisare ballo e risate e, dopo nemmeno un minuto che sono sulla pista vuota, il proprietario arriva, i menu in mano e un perentorio “se volete ballare dovete consumare”. Pessimo. L’immagine del Che a difendere l’eccesso normativo della società dei consumi.

Negli ultimi giorni mi sono concesso solo uno spettacolo, bello, potente, punk: i Générik Vapeur, marsigliesi, con il loro Bivouac, azione di strada tra bidoni, fuochi e fumogeni, un camion (che sembrava uscito da Mad Max) con sopra i musicisti, caspi di insalata e bicchieri pieni di liquidi blu (come le facce di tutti i membri del gruppo), parata rumorosa e provocatoria finita a saltare come pazzi dietro al camion lungo le mura, traffico bloccato e poliziotti affaticati a gestire questa iniezione di rumore, energia e follia sulle strade avignonesi.

Lo vivo, lo sento addosso, mi piace. Niente di innovativo, è energia che si sprigiona e invade le strade, conquista (e impaurisce) il pubblico, lascia una traccia: disegna (il vivere) la città in modo diverso. Mi rendo conto che intorno a me, durante tutto il tempo della parata (un’ora o poco più, forse), sono circondato da persone con il telefonino in mano, sospeso davanti al viso o poco più su, che riprendono senza sosta. È un tema su cui sto lavorando in questi giorni (per cercare di costruire un progetto di dottorato) ma ancora una volta mi colpisce: siamo nell’epoca della perdita dell’esperienza, in cui nulla ormai è reale se non è moltiplicato, mediato, rifratto dagli schermi (di uno smartphone, di un tablet, di un pc o di una tv digitale). Ecco che allora si preferisce filmare malamente, instabili, senza qualità né montaggio, piuttosto che guardare con i propri occhi, come a dire: se non posso riprodurlo, mostrarlo non è esistito davvero. Possibilità in più o sottrazione di senso? Non lo so, ma sono sicuro che per adesso è ciò che mi spinge ad allontanarmi dall’immagine e dalla presenza – da Instagram ai social network. Mi è tornato in mente Notre Cam de Paris, video di Albert Figurt che descrive molto bene questi meccanismi. Eccolo.

La serata è continuata con amici e colleghi al bar del festival, chiusura riservata ai lavoratori, ultima serata possibile di un bar che tira mattina qui in città, rientriamo alle cinque e mezza, manchiamo l’alba per poco, per stanchezza, nonostante la voglia di prendere la bici e buttarsi sull’erba dell’Ile de la Barthelasse per sentire il sole che sorge sul Rodano. L’alba ce la prenderemo presto, ma partendo dal mattino. Intanto abbiamo trovato un covoiturage per rientrare in Italia il 14 agosto. E l’Italia, che rimane desolante a guardarla da lontano: i valsusini accusati di terrorismo ed eversione (ma cosa state cercando, ancora?!), Pd e Pdl compatti con gli avanzi di centro e i razzisti della Lega a votare, a Bologna, per ignorare i risultati del referendum sul finanziamento alle scuole private, i poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi che tornano in libertà. E mi fermo qui perché provo pena. Domani (o dopodomani) tutti parleranno della sentenza per l’imputato B. e intanto continueranno a dimenticarsi di quanto marcia sia la nostra democrazia (e di quanto B. sia solo la punta di un iceberg).

E in questo sentimento schizofrenico tra la serenità (qui, nonostante le difficoltà) e lo sconforto (là, nonostante l’appartenenza), la chiusura della partita iva in Italia e la preparazione dei documenti per avere finalmente la Carte Vitale in Francia sembrano indicare quasi con chiarezza la direzione per i prossimi mesi (e forse più).

L’ironia sarà la nostra camicia di forza (cit.)

24 maggio 2013 § 2 commenti

Perché ce n’è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l’ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell’ideologia non resterà più niente, l’ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l’allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.

(Giorgio Vasta, Il tempo materiale)

Di stanchezza e domande precise e terribili: uno sguardo fuori fuoco sul presente

6 maggio 2013 § 3 commenti

Mentre su Facebook citavo la poesia Stanchezza di Fernando Pessoa, aprivo un link che mi portava alla rubrica di Raimo e Mancassola su Rolling Stone, ad aprile intitolata proprio Tutta questa stanchezza. Quelle non-casualità che vale la pena indagare. Ho letto l’articolo, interessante (anche se necessariamente sintetico, ma gli spazi della rubrica sono quelli). La parte di Raimo secondo me coglie di più nel segno con alcuni tratti veloci, mentre Mancassola si pone su una linea molto delicata (vita reale vs vita online) che meriterebbe uno spazio più ampio per l’approfondimento. Però entrambi descrivono bene alcuni elementi comuni di questa contemporaneità.

Quello che vorrei, quello che sto cercando, quello che vorrei contribuire a produrre è il passo successivo all’analisi. E trovo che manchi, ovunque, anche in chi (penso al Vasta di Spaesamento) avanza qualche lucida argomentazione (quando parla di una “rabbia lucida e onesta”): anche se ci avviciniamo al cosa non riusciamo a capire il come. Pochi giorni fa su Twitter ho avuto una conversazione con @danffi; si parlava di altro ma, arrivando all’assenza culturale, mi ha inchiodato con tre domande: “Dove siamo noi? Qual è la nostra narrazione? In cosa incidiamo?” Domande precise e terribili. E sono proprio quelle a cui non riesco (riusciamo?) a rispondere.

Mancassola ha ragione quando parla di “consistenza pastosa, sempre meno fluida” dei pensieri, di stanchezza bianca che avvolge. Come se stessimo vivendo fuori fuoco, cercando una chiarezza di visione (comprensione) impossibile da trovare. Ed è chiaro che in tutto questo le tecnologie giocano un ruolo fondamentale. Ma non è solo di quello, ovviamente. C’entra la nuova dimensione del lavoro: veniamo da una società in cui il senso d’identità era costruito prevalentemente intorno a quello e ora viene a mancare, trascinando con sé la capacità di costruzione e decodificazione del mondo (e dobbiamo prepararci a società in cui la disoccupazione sarà sempre maggiore, sembra).

Nonostante questo, la leva del fallimento personale è utilizzata appena si può e quindi la disoccupazione viene additata come colpa (frutto di scelte sbagliate, mancanza di umilità e capacità di adattamento, snobismo…) da moralisti facili (da Gramellini alla Fornero, passando per una vasta schiera di politici, ministri e confindustriali).

Noi restiamo in questa situazione intermedia, senza farci attirare dalle illusorie retoriche di innovazione e startup, delle “magnifiche sorti e progressive” delle tecnologie digitali che continuano a produrre ancora più assoggettamento che liberazione (tornerà di moda parlare di classe?). Muoviamo il nostro sguardo opaco sul mondo e sul flusso rumoroso dell’essere eternamente connessi e non riusciamo a vedere. Mi viene in mente quello che Valerio Magrelli scriveva sulla miopia (commentando una sua poesia): “Se qualche segno giunge ad essere identificato, gli altri restano indietro, appena abbozzati, fossili ottici, impronte, lineamenti trattenuti sotto il pelo dell’acqua, pronti a affiorare benché ancora indiscernibili. Così, mi muovo in uno stato di perenne pre-comprensione e allerta.”

Ma pre-comprensione non è comprensione (appunto) e l’allerta perenne genera stanchezza perché mette il nostro corpo e la nostra mente sotto una tensione immotivata. In tutto questo, i fiumi di ironia social (che oggi trionfano nel giorno della morte del grande vecchio della politica italiana) sono quell’intelligenza che è parte della resa (sempre Vasta).

Sentirci paralizzati e stanchi è il minimo che possiamo provare: oltre, c’è solo l’abisso.

I media francesi, tra vitalità e crisi

27 marzo 2013 § Lascia un commento

Un taxe Google pour sauver l'info?Questo mio articolo è uscito sul numero 85 della rivista dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna (pdf).

Editori contro Google

Il primo febbraio scorso, il presidente francese François Hollande e il presidente esecutivo di Google Eric Schmidt hanno annunciato l’accordo che poneva fine alla battaglia che gli editori francesi avevano dichiarato all’azienda americana. Al centro del contenzioso, l’utilizzo da parte di Google dei contenuti dei giornali online d’oltralpe: gli editori lamentavano un danno economico derivato dalla pubblicazione di titoli, anteprime e link agli articoli sulle pagine del motore di ricerca. Google aveva sempre risposto che quelle anteprime e quei link generavano importanti volumi di traffico per i siti degli editori. Lo stallo ha portato a lunghe trattative, per le quali il governo francese aveva anche incaricato un consulente ad hoc. L’accordo raggiunto prevede che Google non debba pagare per utilizzare titoli, anteprime e link sul proprio motore di ricerca, impegnandosi con un finanziamento di 60 milioni di euro a costruire un piano di transizione al digitale per gli editori francesi. Questi avranno inoltre a disposizione le conoscenze tecnologiche del gigante di Mountain View e accordi pubblicitari a prezzi vantaggiosi per cinque anni. Progetti e modalità di finanziamento per la transizione al digitale saranno individuati da una commissione composta da rappresentanti degli editori, di Google e indipendenti.

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