Istantanee dal Festival d’Avignone 2014/5 (della fine che arriva, di stanchezza e di voglia di rimettersi in viaggio)

27 luglio 2014 § Lascia un commento

Scrivo nella mia ultima pausa prima di rientrare a lavoro. Questa notte il Festival sarà finito. Un’edizione particolare, diversa dalle altre. La lotta degli intermittenti, il meteo impazzito tra pioggia, vento e temperature basse, gli spettacoli annullati e i rimborsi. C’è aria di smobilitazione, sui luoghi, per le strade, in biglietteria. Questa mattina l’ho passata al telefono, una trentina di chiamate, qualche ultimo biglietto venduto. E stasera si chiude con il concerto/reading delle Têtes Raides alla Courd d’honneur, gruppo che ho scoperto grazie alla loro bellissima versione di un testo altrettanto bello di Stig Dagerman, Notre besoin de consolation  (qui la versione francese del testo, che è stato tradotto anche in italiano).

E la stanchezza, sì. Tutti sono stanchi e sono contenti che sia arrivata la fine. L’intensità dei ritmi e del lavoro, il rumore e la confusione della vita della città: è tempo di restare più tranquilli, di riposarsi un po’. L’ideale sarebbe lasciare la città, almeno per un giorno, meglio per qualche settimana. Ripulirsi la testa e i nervi. Lasciar sbiadire il ricordo della fisarmonica che tutti i giorni alla stessa ora passava sotto casa, sempre la stessa melodia popolare, per promuovere chissà cosa; la tensione dei 10 minuti prima dell’inizio degli spettacoli, quando ci sono davanti una trentina di persone in lista d’attesa per dei posti che non si sa se ci saranno (di solito sì, solo una volta ho dovuto lasciar fuori due persone), le code lunghissime per i rimborsi.  Questa edizione è stata così, diversa, particolare, forse un po’ meno festiva e festivaliera. Come se fossimo tutti con la testa altrove, almeno in parte. Un’edizione così, anche con meno mie parole scritte, meno spettacoli visti, meno festa.

Intanto, qua, ci si prepara già all’autunno – tra logistica e novità (ancora pochi giorni e vi posso raccontare ciò che non potevo annunciare) e ancora una volta cercheremo di capire la migliore direzione da prendere – sperando di trovare il tempo per viaggiare, che ce n’è bisogno.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/4 (di biglietti dalle storie strane, di tappi per le orecchie, di musica jazz e parole in francese)

20 luglio 2014 § Lascia un commento

Secondo compleanno al Festival, ma questa volta mi resta ancora una settimana di lavoro. Faccio orari strani, frammentati tra la mattina e la sera. Scrivo in una lunga pausa prima di rientrare in biglietteria, fuori piove. Le facce in giro sono un po’ più stanche. Non restano più molti biglietti da vendere e i ritmi sono tranquilli.

Biglietti: ne sentiamo di ogni tipo.

C’è la signora che ha strappato per sbaglio il suo in tanti pezzetti e, accortasi dell’errore, lo ha riattaccato con lo scotch su un foglio di carta, ce l’ha mostrato timidamente chiedendo se sarebbe comunque potuta entrare (sì, siamo buoni, in fondo, e il biglietto era giusto).

C’è quello che “i biglietti sono finiti per sbaglio in un tritadocumenti”. Ma noi possiamo fare dei duplicati solo per i posti numerati, non per gli altri: vedi la tristezza, un misto di rabbia e rassegnazione. Mi spiace, ma non posso fare nulla. L’ho ripetuta spesso questa frase.

Oppure c’è la coppia che arriva dal Belgio, si presenta all’entrata con un biglietto per lo spettacolo giusto ma per un’altra data; da qualche parte c’è stato un errore di comprensione, è chiaro, ma quando hanno prenotato i biglietti al telefono hanno verificato con il mio collega le date, poi li hanno ritirati in biglietteria e ancora una volta avrebbero dovuto verificare (io lo consiglio sempre). Non posso fare niente, ancora. Alla fine comprano altri due biglietti ed entrano. “C’est aberrant”, dice lui. Non ho molto da rispondere.

Poi c’è la tedesca che ha comprato tutti i biglietti al prezzo ridotto per i beneficiari di Rsa (un sussidio statale), perché pensava che fosse quella la riduzione per chi compra biglietti per più di cinque spettacoli. Spiego la situazione, faccio pagare la differenza e le chiedo di passare in biglietteria il giorno dopo per regolarizzare gli altri biglietti.

C’è quella che fa più di un’ora di coda allo sportello per i rimborsi e quando arriva scopro che gli spettacoli che ha prenotato e pagato sono nei giorni successivi. “Rimborsiamo solo gli spettacoli che sono stati annullati”, le spiego. Resta come sorpresa, voleva cambiare data o spettacolo, non ricordo. Le consiglio di rivendere i biglietti e di comprarne di nuovi, se ce ne sono ancora. Resta basita, prende i suoi biglietti e se ne va.

Poi ci sono quelli che hanno comprato biglietti per spettacoli o concerti che si tengono fuori da Avignone, un po’ senza rendersene conto, un po’ perché forse le informazioni non sono chiarissime: il problema è che non sanno come arrivarci. Ancora una volta: mi dispiace, ma non posso fare niente.

E sono solo alcune delle storie, almeno sono quelle che io ho vissuto in prima persona.

Intanto, finalmente, sono riuscito a vedere An old monk, testo di Josse de Pauw. Un uomo che invecchia e la sua voglia di vivere (e di ballare), i pensieri che cambiano con il passare degli anni, il desiderio di solitudine, di farsi monaco, monk. Il secondo Monk è Thelonious e le musiche suonate dai tre formidabili musicisti sul palco sono un omaggio al grande jazzista. Bello, coinvolgente. Da ascoltare e da portare dentro.

Mentre la notte, più tardi, quando il sonno chiama, è il momento di smettere di ascoltare: troppo rumore sotto casa, la musica orrenda del Cubanito, gli ubriachi fino a mattina, i camion della spazzatura e quelli del supermercato all’angolo e della panetteria sotto casa. Sono diventato più sensibile ai rumori, il rombare esagerato dei motori, le urla della gente, tutto ciò che forma quella soglia di suoni disarmonici, costanti, che riempiono le nostre città. Dovremmo ritrovare più silenzio, il rumore continuo tende il mio sistema nervoso, impedisce il riposo. Per la prima volta ho iniziato a dormire con i tappi nelle orecchie e il mio sonno è tornato pieno, rinfrancante. Abbiamo anche iniziato a cercare una casa nuova, magari per l’autunno, non in centro e più tranquilla, sempre che i documenti che potremo fornire siano sufficienti per i proprietari.

Finisco con qualche parola in francese, condivisa una decina di giorni fa su Facebook: molti amici mi hanno detto che quelle righe descrivevano bene quello che sentiamo, in tanti, di questo Festival. Eccole.

Je ne le sens pas vraiment, ce Festival. Et je ne suis pas le seul. Pas envie de faire la fête, pas trop envie de voir des spectacles, de rentrer tard après un (long, comme était d’habitude) passage au bar du In. J’ai vécu qu’un seul Festival, en 2013, mais l’ambiance était complètement différente. Aujourd’hui, pas la même motivation, pas les mêmes énergies: pour les intermittents, pour les précaires, pour les intérimaires le futur risque d’être dur et difficile: c’est la majorité de ceux qui bossent à Avignon pour le Festival et le Off, pour la culture. On sent la lutte, on sent la fatigue. Les regards inquiets se croisent dans les rues, qui ne sont pas vides, c’est vrai, mais qui ne voient même pas autant de monde que les autres années. Et la météo est arrivé comme à souligner cette différence: la pluie, les orages, le vent, l’air, d’un coup, fraîche. On ne dirait pas que c’est juillet. Fin septembre, plutôt. Fin, en tout cas. On sent un sens de fin dans ce début. Je travaille, dans la ville, au milieu des gens, des travailleurs et des spectateurs. Mais je voudrais me perdre entre arbres et rochers, sur de chemins de montagne. Marcher. En silence. Peut-être aussi pour fuir le bruit visuel et auditif de ce besoin de (auto)promotion qui traverse la ville. Déserter. Se soustraire.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/3 (di scioperi e rimborsi, di auto con il cambio automatico e di una telefonata che carica e dà gioia)

15 luglio 2014 § 1 Commento

Billetterie en greveQuesto mio giorno libero è iniziato lento, quasi svogliato. La stanchezza degli ultimi turni di lavoro, molto intensi, si fa sentire. La temperatura è salita di qualche grado e ora sembra estate. Ho l’impressione che ci sia più movimento nelle strade, anche se il fine settimana più partecipato dovrebbe essere stato quello – allungato – concluso il 14 luglio. Fine settimana che è iniziato con una giornata di mobilitazione e sciopero, votato dopo varie assemblee generali e dei singoli servizi. In biglietteria abbiamo deciso per un blocco nel pomeriggio e, per la prima volta nella storia del Festival, il servizio è rimasto chiuso dalle 14 alle 19. Parecchi spettacoli sono stati annullati. La manifestazione (foto) – circa un migliaio di persone – è partita dalla stazione, abbiamo attraversato anche le piccole stradine del centro per arrivare al Palazzo dei papi. Alle otto di sera, la compagnia giapponese che avrebbe dovuto mettere in scena il Mahabharata, annullato, ha deciso di portare estratti dello spettacolo sulla piazza davanti al Palazzo dei papi. Un gesto bello e importante: uscire dai luoghi del Festival ha permesso a chiunque passasse di assistere allo spettacolo e ha sottolineato in modo forte che quest’anno c’è qualcosa di diverso, che nessuno può andare in scena tranquillo.

Mi fa sorridere pensare che mi ci sia voluta la Francia per scioperare: in Italia non ho mai avuto un contratto che mi permettesse di dichiarare sciopero per un certo numero di ore quindi, tecnicamente, non avevo mai scioperato fino a sabato scorso.

In compenso, il giorno dopo, in biglietteria è stato il delirio: biglietti da rimborsare o da spostare su un’altra data, lavoro a ritmi serrati, testa fusa a fine giornata. Bello, però, vedere la solidarietà del pubblico nei confronti del movimenti di intermittenti e precari. Pochissima rabbia, un po’ di dispiacere – certo – per non aver potuto assistere agli spettacoli, ma molta comprensione. Perché la cultura non potrebbe esistere senza intermittenti ma nemmeno senza pubblico. E per saperne qualcosa in più sullo statuto degli intermittenti, c’è un video, sintetico e molto ben fatto, che racconta come stanno le cose, mettendo finalmente a tacere le tante falsità che circolano sui media (e nei commenti delle persone).

Il pomeriggio continuo sempre a fare la cassa alla Chartreuse di Villeneuve, arrivo sempre in biglietteria in bici, per volare sopra il Rodano, schivare il traffico e distendere muscoli e pensieri prima di ricominciare a vendere e verificare biglietti. Quasi sempre, però, ci sono colleghi di altri servizi che devono essere presenti, quindi tocca prendere la macchina. Il problema è che le auto del Festival sono iper-tecnologiche (per i miei standard) e, soprattutto, hanno il cambio automatico. Quelle elettriche, poi, non ti accorgi nemmeno quando hanno il motore acceso. Domenica, al primo tentativo, senza nessuno che mi spieghi come gestire tanta elettronica a servizio della mobilità, l’auto resta nel parcheggio, salgo in sella alla bici e parto. La collega, che non guida, trova un’altra soluzione. Al ritorno mi prendono un po’ in giro, ma è deciso: lunedì mi sveleranno i misteri del cambio automatico, del bottoncino per mettere in moto e di tutto ciò che devo sapere per guidare. Così, ieri, ho guidato per la prima volta una di queste auto – che sembrano un po’ un gioco per bambini. Piede sinistro ben lontano dai pedali e mano destra che continua a muoversi a vuoto, cercando la leva del cambio, invano.

Tra manifestazioni, biglietti e lezioni di guida, abbiamo trovato il tempo per assistere a un altro spettacolo, Vitrioli, messo in scena da Olivier Py, direttore del Festival, su un testo di Yannis Mavritsakis. Duro, spietato. Una scena minimale, giocata sui contrasti e sui corpi. Corpi umani come carne da macello, in un sistema economico e di relazioni da cui è impossibile uscire. Si assiste alla catastrofe e non c’è salvezza. Grandissimi attori, una regia perfetta, solo qualche problema a seguire i sopratitoli, sia perché c’è tanto testo, sia perché in alcuni momenti gli schermi sono coperti dai teli di plastica della scena. Recupererò il libro, perché questa tragedia contemporanea, nerissima, racconta molto dei nostri giorni.

Coincidenza di questo giorno libero, mentre ancora cercavo di svegliarmi del tutto, mi è arrivata una telefonata dall’Italia. Una telefonata importante, che aspettavo da tempo. Oggi non voglio svelare nulla, che qualche dettaglio deve ancora essere sistemato, ma tra un paio di settimane potrò raccontarvi tutto. Per adesso vi dico solo che sono carichissimo e felice.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/2 (di un inizio che sa di fine, di calcio, politica e teatro, di un contachilometri perduto)

8 luglio 2014 § Lascia un commento

Schivo le mani di chi mi vuole passare un volantino mentre cerca di convincermi che il suo spettacolo è quello che davvero non posso perdere, tra le troppe pagine della programmazione dell’Off. Anche quest’anno ho vinto una piccola, sciocca, sfida personale: percorrere tutta rue de la Republique senza che nessuno provasse nemmeno ad allungare la mano verso di me. In qualche modo una sottrazione, se pur giocosa.

Questo inizio di festival è sotto tono, lo commentano tutti, c’è meno gente, c’è meno allegria, meno rumore per strada. Come una stanchezza diffusa, una leggera inquietudine, come se le energie fossero conservate per altro, per qualcosa di più necessario. Io sono arrivato stanco, è vero. Pensavo che la mia percezione fosse legata a questo, ma tutte le persone con cui parlo me la confermano. Poi è arrivata la pioggia a complicare la situazione (e il lavoro in biglietteria) e a raffreddare ancora un po’. Il diluvio – per due volte – si è rovesciato sui manifesti attaccati ovunque, strappandoli, cacciandoli a terra, impastando la cellulosa e l’inchiostro sull’asfalto. A un certo punto, poco lontano dalle nostre postazioni, l’acqua ha iniziato a filtrare da una vetrata, scivolando ovunque. Un fulmine ha anche colpito il Palazzo dei papi. Qualcuno ci potrebbe vedere dei simboli (in questi casi mi torna sempre in mente l’ossessionato e paranoico protagonista di Inferno di Strindberg, libro che ho letto parecchi anni fa e di cui ricordo solo questa cupa ossessione del riconoscere simboli in ogni evento che si manifesta sul percorso). Anche no, penso.

Le bandiere del Brasile si mescolano ai manifesti degli spettacoli, qua sotto casa, per la prima semifinale di questi mondiali, che non ho seguito e di cui so poco. La musica brasiliana suonata dal vivo che entra dalle finestre tra poco lascerà spazio alle voci dei telecronisti e alle urla dei tifosi. Unica riflessione: bello vedere tante comunità, numerose e rumorose, riunirsi e tifare, festeggiare. I francesi, certo, ma soprattutto i brasiliani, i colombiani, gli algerini. Algerini che, con i loro festeggiamenti, hanno portato il calcio nel territorio della politica: “non si può essere algerini e francesi, chi ha la doppia cittadinanza deve scegliere da che parte stare”, è stato detto loro (indovinate da chi?). La miglior risposta è arrivata dal giornalista Abdou Semmar. Vale la pena leggerla.

(Una piccola pausa per una cena a base di zucchine, burrata, rosé e parole.)

Torniamo al teatro. Il Prince de Hombourg che abbiamo visto l’altra sera – al di là di alcune belle e potenti scelte di regia, che facevano giocare gli attori con le proiezioni sulle pareti della Cour d’honneur – era troppo classico e declamato per riuscire a coinvolgere. Io, spettatore, resto fuori dalla storia, fuori dalle emozioni, distratto. Bella scoperta, invece (non l’avevo mai vista), Emma Dante: le sue Sorelle Macaluso mi hanno colpito. Sanguigno, fisico, familiare, duro e dolce. Sensazioni ritrovate anche in Via Castellana Bandiera, visto nel pomeriggio. Una scrittura potente, chirurgica. E nella sceneggiatura del film credo si senta, chiara, anche la presenza di Giorgio Vasta.

Teatro, dall’altro lato (non della scena, ma dello sportello). Oggi ho fatto la mia prima cassa su un luogo del Festival. Esperienza nuova e io, come sempre, curioso. Corsa in bici per attraversare il Rodano e arrivare a Villeneuve in orario, accaldato e sudato. Ritorno tranquillo, ma dal manubrio salta via il contachilometri, me ne accorgo solo quando torno in sede. Peccato, penso. C’erano anche i chilometri che mi hanno portato anni fa all’Arzibanda e, soprattutto, quelli che mi hanno portato qui, in Francia. Poi, penso, i chilometri sono nelle gambe e nella testa, nella vita di tutti i giorni, adesso. Non mi è mai interessata la performance: amo pedalare. Il contachilometri è solo per la curiosità, per il gioco. Ne troverò un altro, quando mi andrà.

Mi accorgo che, per caso (?), ho iniziato con un gioco e finito con un altro gioco (quello della velocità, dei chilometri pedalati). Sorrido.

Istantanee dal Festival d’Avignon 2014/1 (del bisogno di farsi vedere, del bisogno contrario di scomparire, di lotte e inquietudini)

3 luglio 2014 § Lascia un commento

Il mio Festival, quest’anno, è iniziato con una fuga. Poco meno di 100 km in bici verso nord, tra strade di campagna e sentieri tra i boschi, saliscendi tra calanchi. Necessari per rimettere a posto testa ed emozioni. Ci siamo lasciati la città alle spalle, nel suo risveglio tardivo, di negozi che aprono alle 10 e di gente in giro, e siamo tornati per ritrovarla mutata, ancora una volta ricoperta di manifesti: tutti gli spettacoli dell’Off che cercano visibilità, che vogliono farsi vedere. Una volontà ostinata, una volontà perfettamente in sintonia con questi tempi che ci impongono presenza e prestazione. Presenza e prestazione che (per forza, per necessità percepita) devono essere  moltiplicate nell’ubiquità della rete. Partecipare, esserci e, soprattutto, distinguersi. Continuo a preferire il frinire quasi assordante delle cicale, gli incontri rari ma che lasciano il segno, il coltivare un’assenza che non è sottrazione di responsabilità ma educazione di sé, ricerca di vuoti, di interstizi di tempo non riempiti dal fare né dall’essere presenti.

Anche quest’anno sono alla biglietteria, lavoriamo già a pieno regime da parecchi giorni. Il passaggio dall’altro lavoro (best job ever, senza dubbio!) è stato brusco (e mi rendo conto che mi è sempre più difficile resistere per molte ore davanti allo schermo di un computer). Sempre divertente, lavorare e uscire con i colleghi, incontrare il pubblico, cercare anche di far capire che la protesta degli intermittenti dello spettacolo non riguarda solo loro ma anche il pubblico, la vita stessa della cultura in Francia. Perché quest’anno l’atmosfera non è la stessa dell’anno scorso: l’accordo firmato da alcune parti sociali, e su cui il governo sembra intenzionato ad andare avanti, minaccia di peggiorare radicalmente la vita dei lavoratori dello spettacolo (e di tutti i precari in generale): c’è ansia per il futuro, rischio di costante esplosione. Alcuni festival sono già stati annullati, azioni e proteste sono organizzate in tutto il paese. E, anche se il personale e gli intermittenti del Festival d’Avignon hanno votato all’80% contro il blocco del Festival, ci sono gruppi che hanno già iniziato azioni dure di disturbo (e altre che è un po’ più difficile capire in questo contesto, come riempire una dozzina di carrelli al supermercato e andarsene senza pagare). C’è chi parla di giochi di potere tra i sindacati (e non stupisce), ma il rischio è che la lotta si trasformi in un’altra, brutta guerra tra poveri, che l’unità salti. E a quel punto, nessuno può dire cosa succederà. In ogni caso, l’aria non è tranquilla e tra le persone – colleghi, amici – si sente più l’inquietudine che la festa. Anche se i carré rouge si moltiplicano, appuntati su magliette e camicie.

Il Festival inizia ufficialmente domani, stasera andiamo a vedere la répétition générale del Prince de Hombourg messo in scena da Giorgio Barberio Corsetti (prova generale che ieri è stata interrotta, poi ripresa) alla Cour d’honneur del Palazzo dei Papi. In tasca ho un paio di inviti per il bar del Festival. E in questa attesa, lotto contro un sonno costante e cerco di tenere a bada la voglia di caricare le borse sulla bici e partire.

#coglioneSì, #coglioneNo ma siamo sempre la terra dei cachi

21 gennaio 2014 § 2 commenti

Il boom mediatico della campagna #coglioneNo si è probabilmente già esaurito, così come l’onda di analisi, commenti, critiche. Io ho trovato i video ben fatti e la campagna sacrosanta: farsi pagare per un lavoro quando un compenso è stato pattuito e il lavoro svolto dovrebbe essere il minimo, ma in questo paese i minimi vanno sempre più giù, si sa.

Trovo fuorviante, come sottolineava Loredana Lipperini, il fatto che come termini di paragone vengano prese professioni più “tradizionali” del creativo: le condizioni lavorative sono peggiorate per tutti (in questo caso la crisi è solo l’ennesima scusa usata per colpire in basso) ed è vero che tra un redattore precario e un cuoco di Eataly non ci dovrebbe essere differenza, perché la battaglia per i diritti è la stessa. O almeno dovrebbe essere la stessa.

Se così non è, credo che in parte sia dovuto al fatto che le professioni creative/intellettuali siano ammantate di un’aura che le rende qualcosa di più nobile e più elevato rispetto alle altre professioni. E proprio in virtù di questa aura è pieno di gente che è disposta a fare la fame pur di ritagliarsi un micro spazio di visibilità in questo mondo, così come dall’altra parte è pieno di committenti, clienti e datori di lavoro furbetti (quando va bene) e truffatori (quando va peggio) che sono ben felici di avere tanta manodopera pronta a scannarsi per poche briciole. È la legge del mercato, no?

Non solo: gli anni spesi da governi di ogni colore a individualizzare all’estremo contratti e situazioni lavorative hanno fatto sparire dalla nostra percezione l’orizzonte collettivo (se lo chiamo “coscienza di classe” do l’impressione di non voler uscire dal Novecento?). Il risultato è un po’ una guerra di tutti contro tutti e condizioni che peggiorano, per tutti.

Trovo però che questa campagna abbia avuto anche un altro pregio: sollevare il dibattito sul settore creativo. O almeno è quello che è successo nella mia rete di contatti.

Premetto: io intendo “settore creativo” in senso abbastanza lato, per il mio percorso professionale. Per me ci rientrano comunicazione, giornalismo ed editoria, perché sono i settori che ho conosciuto meglio, da dentro. Non ho dubbi che lo spettro si possa allargare anche parecchio. Su questo, sul target della campagna, rimando all’analisi di Giovanna Cosenza (“chi è che oggi non si senta un po’ artista, un po’ creativo e molto genio incompreso dalla società?”).

Il dibattito sul settore creativo, dicevo. Perché è proprio a causa delle condizioni di lavoro in questo settore – oltre che di una considerazione generalmente piuttosto bassa o, meglio, hobbystica, delle professioni intellettuali e creative (sulla cui origine potremmo dilungarci all’infinito) – che gli autori della campagna hanno sentito il bisogno di sottolineare una cosa ovvia: che il lavoro va pagato. Punto. Se questo fatto non è scontato dovremmo farci qualche domanda. Perché, purtroppo, non sarà una campagna a spingere i committenti, furbetti o truffatori che siano, a pagare i prossimi giovani di belle speranze che saranno ingaggiati  (e torniamo alle condizioni generali del lavoro: ci sarà sempre qualcuno “disponibile” a cascarci). In un settore in cui informalità e accordi verbali sono spesso una regola, dovrebbe intervenire la legge a tutelare i soggetti più deboli. Ma, davanti a editori nullatenenti o a committenti che si fanno di nebbia anche con gli ufficiali giudiziari purtroppo per i pesci piccoli c’è poco da fare (e cito casi dalla mia diretta esperienza personale).

Ci sono poi altri elementi che vale la pena sottolineare. Niccolò Contessa, nel suo intervento su Minima&Moralia, parla di “incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di ‘farcela’”. Luca Pakarov, su Rolling Stone, dice:

Ciò nonostante sussista una resistenza indomita, che fagocita il precario a non mollare, è attanagliata nel lato più profondo, intimo e simbolico, quello dell’obbligo di lasciare un segno tangibile del suo transito in un mondo già collassato da figure superflue, dove la famiglia è un articolo pubblicitario, il lavoro un’utopia, il domani oggi, le relazioni liquide, i valori contradditori, le figure di riferimento corrotte. (…) Sotto le luci dei riflettori chiunque è propenso a sfoderare i gioielli, a stiracchiare le qualità per trasformarle in doti paranormali, in attitudini artistiche fantasmagoriche, virtù che per lo più si dimostrano scialbe, leggermente ipnotiche e sempre autoreferenziali.

E la campagna #coglioneNO rientra all’interno di questo tipo di comunicazione:  certo, l’obiettivo è giusto e condivisibile, ma rientra all’interno di quella necessità di autopromozione costante che regola il mercato della creatività e della comunicazione (e sicuramente altri, ma li conosco meno). Farsi notare, emergere, distinguersi. Tutte caratteristiche della creatività (o almeno di una sua interpretazione). Ma anche direttamente legate alla capacità di vendersi, di trasformare in produzione di identità (e del marchio di se stessi) e, di conseguenza, in monetizzazione (diretta o indiretta) qualsiasi cosa una persona decida di pubblicare in rete. (È un tema che potrebbe diventare enorme, toccando la messa a produzione del tempo libero che i social network hanno portato nel nostro quotidiano, l’auto-imprenditorialità al ribasso e molto altro, quindi mi fermo qui.)

Queste sono le condizioni in cui ci si trova a lavorare, l’importante è averlo molto chiaro. Mi è già capitato più volte di sconsigliare o, quantomeno, di spingere a valutare con molta attenzione la possibilità di intraprendere una carriera in settori come il giornalismo e l’editoria perché in questo momento sono praticamente impossibili. Mi conforta il fatto di non essere l’unico a farlo, anche perché non ho pretesa di verità: probabilmente chi ha talento, determinazione e capacità di vendersi ce la farà. Per me, al contrario, dopo una decina d’anni nel settore, credo sia il caso di passare ad altro (ma questo ha molto a che fare con percorsi e stanchezze personali).

Pane e meccanica (si parla di attesa, disciplina e cose da cui ripartire)

9 dicembre 2013 § Lascia un commento

Impastare bene la sera prima di andare a dormire, per trovare al risveglio l’opera della lievitazione, pronta da lavorare ancora prima di infornarla. Seguire un tempo che non è mio. Pensavo che sarebbe bello registrare questa levitazione in video, per poi fare un montaggio accelerato che mostri i cambiamenti, il volume che aumenta, la pasta che si gonfia, in pochi istanti, un minuto. Poi ho pensato che no: il tempo giusto per vedere questa lievitazione è il tempo reale, quello che pasta madre, farina, acqua (e sale e olio) impiegano per crescere. Allora una delle prossime volte che faccio il pane potrei restare la notte a fargli compagnia, magari con un buon bicchiere e anche un libro, e osservare minuto dopo minuto, ora dopo ora, l’evolversi di questa lavorazione. Come con i rinfreschi durante la giornata prima della panificazione, bello sentire che il tempo è un altro, bello riscoprire la pazienza e il senso dell’attesa.

Niente rapidità, niente flusso incessante di informazioni emozioni inutilità, niente passaggio dal supermercato alla tavola, ma tutto il gusto di sentire gli ingredienti mescolarsi sotto le mani, di sentirli cambiare, l’odore che arriva alle narici e che imparo a conoscere e riconoscere. E di volta in volta imparare di più, capire come intervenire per ottenere ciò che desidero.

Attesa, pazienza e disciplina.

ciclofficinaLe stesse cose che sto imparando dalla meccanica che, come diceva Leonardo il chirurgo della bici, è una terapia. Il dato, semplice ma fondamentale: a un problema corrisponde una causa. Anche qui: imparare a riconoscerla, a intervenire, poco alla volta, imparando a smontare e rimontare, facendo errori, smontando e rimontando di nuovo fino al risultato migliore.

Mani sporche di impasto che rimane attaccato ovunque in un caso, sporche di grasso e nero e polvere nell’altro.

Come con il pane, così con la meccanica: non puoi avere fretta e non puoi fare le cose a caso. Imparare a controllare il risultato, imparare a prendersi il tempo necessario. E arrivare a sera con una bici pronta per andare in strada e con il pane appena sfornato che ti viene voglia di mangiarlo così, subito, ancora caldo, senza nient’altro.

In questi tempi ritrovati dimenticarsi dei social network, dell’ironia forzata, degli aggiornamenti continui e vacui, scoprendo che si può stare meglio. Da questo cercare di ripartire.

Appunti condivisi su Facebook ieri prima di andare a dormire, sentiti ancora più forti oggi in mezzo al delirio di primarie e forconi. “Sottrarsi è la controinformazione al tempo dei social e della Nsa”, mi diceva poco fa un amico (sottrazione, ancora). Il discorso sul cibo, poi, sarebbe molto più vasto. Consiglio di leggere il post su Giap che parla della “Disneyland del cibo” e i commenti che l’articolo ha suscitato, in particolare quando si parla di tempo da dedicare alla preparazione di ciò che mangiamo, all’idea di strappare tempo al lavoro e dedicarlo, attraverso l’alimentazione, alla cura di sé e alla relazione con sé e con gli altri.

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