Istantanee dal Festival d’Avignon/9 (di fine, di scosse punk per le strade e di un’Italia sempre più desolante)

29 luglio 2013 § Lascia un commento

Ogni fine sembra essere paradigmatica, quasi a contenere in sé un universale che allarga lo sguardo. Questo si sente per le strade di Avignone, ora che il Festival è finito e che anche all’Off restano solo un paio di giorni. Le strade che si svuotano, i locali meno affollati, i manifesti degli spettacoli che vengono staccati, strappati da mani e vento o da spazzini che vogliono mettersi avanti sul lavoro, i volantini sparsi a terra e accumulati, irregolari. E mi stupisco dell’energia con cui le compagnie continuano a fare promozione agli spettacoli, a fermarti per strada sorridendo e recitando la formuletta che ormai esce automatica. Qualcuno si inventa soluzioni buffe per le ultime rappresentazioni, come l’uomo che è seduto su una finestra al primo piano di una casa su rue de la Carretterie e lascia penzolare, dalla cima di una sorta di canna da pesca, i volantini attaccati con una molletta, trovando i sorrisi di chi non sa se abboccare all’amo di questa pubblicità simpatica, inaspettata.

Ieri sono arrivati a trovarci LuisMi e Ibrahim da Madrid: sempre bello vederli e condividere tempo con loro, anche nell’attesa di un covoiturage che non arriva mai: oggi pomeriggio, terribile: a ogni chiamata per chiedere quando sarebbe arrivato, la risposta era la stessa “tra un’ora”. Risultato: tre ore e mezza di ritardo in partenza. Chissà a che ora arriveranno a Cannes.

Di questo primo nostro Festival restano tante sensazioni, tante immagini. E ricordo di quanto fosse difficile capire davvero i racconti invernali degli amici su come cambia la città e su come impazziscono i ritmi di vita: dovevamo viverlo per scoprire che è davvero così. I ritmi intensi del lavoro, il primo bicchiere condiviso della serata che si trasforma nel secondo e nel terzo, in discorsi che si incrociano, amici che si ritrovano e nuovi amici che si incontrano. Parole, sguardi, stanchezza ricacciata indietro perché è comunque bello condividere tutto questo, per quanto effimero, euforico, atmosfera alterata. E gli attori in scena, gli spettacoli, le emozioni e le suggestioni (ma anche la noia, certo) di chi lavora sull’umano e cerca di trasmetterlo. Qualcosa che è difficile capire da fuori, senza viverlo, e io ho avuto il vantaggio di lavorare proprio all’interno di questa enorme macchina. Ne è valsa la pena.

E ancora è di immagini e di istantanee: la camionetta della polizia che impedisce il passaggio del bus, fa manovra in retromarcia e falcia un paletto di metallo a difesa del marciapiede e nemmeno il poliziotto anziano, che dà le indicazioni per la manovra, se ne cura; il rumore dei bicchieri che si rompono nelle terrasses dei ristoranti e dei bar, una colonna sonora asincrona ma costante, percepita ovunque – e non solo sotto casa – (che genera una domanda inutile ma divertente: quanti bicchieri si saranno rotti, in città, durante il Festival?); i Crs che vengono a scroccare da bere al Cubanito verso mezzanotte, confermando (come se ce ne fosse ancora bisogno) che è un posto che non ci piace per nulla. Fortuna che a salvarci dalla sua musica stanotte è arrivato un temporale terribile e violento, bellissimo, che ha riempito le strade d’acqua e fatto saltare più volte l’illuminazione pubblica. Ma al Cubanito, sarà perché l’abbiamo sotto casa, sarà perché abusa oltre ogni limite dell’immagine del Che, attacchiamo anche un altro ricordo volante: Ibrahim e Mery entrano per improvvisare ballo e risate e, dopo nemmeno un minuto che sono sulla pista vuota, il proprietario arriva, i menu in mano e un perentorio “se volete ballare dovete consumare”. Pessimo. L’immagine del Che a difendere l’eccesso normativo della società dei consumi.

Negli ultimi giorni mi sono concesso solo uno spettacolo, bello, potente, punk: i Générik Vapeur, marsigliesi, con il loro Bivouac, azione di strada tra bidoni, fuochi e fumogeni, un camion (che sembrava uscito da Mad Max) con sopra i musicisti, caspi di insalata e bicchieri pieni di liquidi blu (come le facce di tutti i membri del gruppo), parata rumorosa e provocatoria finita a saltare come pazzi dietro al camion lungo le mura, traffico bloccato e poliziotti affaticati a gestire questa iniezione di rumore, energia e follia sulle strade avignonesi.

Lo vivo, lo sento addosso, mi piace. Niente di innovativo, è energia che si sprigiona e invade le strade, conquista (e impaurisce) il pubblico, lascia una traccia: disegna (il vivere) la città in modo diverso. Mi rendo conto che intorno a me, durante tutto il tempo della parata (un’ora o poco più, forse), sono circondato da persone con il telefonino in mano, sospeso davanti al viso o poco più su, che riprendono senza sosta. È un tema su cui sto lavorando in questi giorni (per cercare di costruire un progetto di dottorato) ma ancora una volta mi colpisce: siamo nell’epoca della perdita dell’esperienza, in cui nulla ormai è reale se non è moltiplicato, mediato, rifratto dagli schermi (di uno smartphone, di un tablet, di un pc o di una tv digitale). Ecco che allora si preferisce filmare malamente, instabili, senza qualità né montaggio, piuttosto che guardare con i propri occhi, come a dire: se non posso riprodurlo, mostrarlo non è esistito davvero. Possibilità in più o sottrazione di senso? Non lo so, ma sono sicuro che per adesso è ciò che mi spinge ad allontanarmi dall’immagine e dalla presenza – da Instagram ai social network. Mi è tornato in mente Notre Cam de Paris, video di Albert Figurt che descrive molto bene questi meccanismi. Eccolo.

La serata è continuata con amici e colleghi al bar del festival, chiusura riservata ai lavoratori, ultima serata possibile di un bar che tira mattina qui in città, rientriamo alle cinque e mezza, manchiamo l’alba per poco, per stanchezza, nonostante la voglia di prendere la bici e buttarsi sull’erba dell’Ile de la Barthelasse per sentire il sole che sorge sul Rodano. L’alba ce la prenderemo presto, ma partendo dal mattino. Intanto abbiamo trovato un covoiturage per rientrare in Italia il 14 agosto. E l’Italia, che rimane desolante a guardarla da lontano: i valsusini accusati di terrorismo ed eversione (ma cosa state cercando, ancora?!), Pd e Pdl compatti con gli avanzi di centro e i razzisti della Lega a votare, a Bologna, per ignorare i risultati del referendum sul finanziamento alle scuole private, i poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi che tornano in libertà. E mi fermo qui perché provo pena. Domani (o dopodomani) tutti parleranno della sentenza per l’imputato B. e intanto continueranno a dimenticarsi di quanto marcia sia la nostra democrazia (e di quanto B. sia solo la punta di un iceberg).

E in questo sentimento schizofrenico tra la serenità (qui, nonostante le difficoltà) e lo sconforto (là, nonostante l’appartenenza), la chiusura della partita iva in Italia e la preparazione dei documenti per avere finalmente la Carte Vitale in Francia sembrano indicare quasi con chiarezza la direzione per i prossimi mesi (e forse più).

Istantanee dal Festival d’Avignon/7 (di auguri ricevuti da persone sconosciute, manganelli italiani e di chi vorrebbe ma in realtà non può)

20 luglio 2013 § Lascia un commento

Ultimo giorno di lavoro. William, un collega che accoglie gli spettatori all’ingresso, aveva attaccato un foglio sulla mia postazione. Me ne sono accorto dopo un po’, quando tutti arrivavano per comprare o ritirare biglietti ma la prima cosa che mi dicevano era “buon compleanno”. Per questo credo che questo trentacinquesimo sia il compleanno in cui ho ricevuto più auguri di tutta la mia vita: anche oggi ho venduto parecchi biglietti, nonostante per molti spettacoli non ci siano più posti disponibili. È stato divertente vedere sconosciuti avvicinarsi, sorridere e salutarmi con un “joyeux anniversaire”. Ed è strano pensare che, dopo due mesi così intensi di lavoro, sia già tutto finito, che non si condividano più il cazzeggio e lo stress con i colleghi, che anche questo frammento di percorso sia arrivato alla sua fine. La prossima settimana sarà dedicata alla scrittura, tra progetti e idee narrative. E alla bicicletta: bisogno di pedalare e conoscere strade nuove, sudare per lo sforzo e aprire il polmoni al massimo. Poi l’Irlanda, Dublino. (A proposito: se avete consigli o dritte, usate i commenti qua sotto, grazie!)

Questo fine settimana Avignone è tornata a riempirsi, ma la gente è ancora in calo. Qualche giorno fa, mercoledì sera (è difficile distinguere i giorni, con questi ritmi), per la prima volta ho percepito silenzio per le strade, assenza di folla. Sensazione bella e leggermente straniante: ci si abitua in fretta a mani gambe facce che si muovono ovunque intorno, al parlare continuo e confuso che ti circonda sempre. È troppo, sì, ma è umano, è diffuso, è nelle strade. Resta ancora qualche spettacolo da vedere, almeno un paio trovati nel programma dell’Off (tra cui un adattamento da Europeana di Patrick Ourednik, un testo incredibile e, credo, molto difficile da mettere in scena). Ceniamo sotto casa, a O sole mio, brindiamo e chiacchieriamo, Philippe sorride e ci offre la cena, Mery comincia a lavorare subito dopo, io ritardo il momento dell’uscita per accorciare una nottata altrimenti troppo lunga.

Ultimi ricordi dalla biglietteria, in ordine sparso: la signora che ha prenotato un solo biglietto e mi chiede, sorridendo, se per caso ho voglia di accompagnarla. L’epopea di monsieur Gruszczynski e del suo collega con lo stesso nome, il cognome diverso per una k al posto della g, che lavorano per teatri con lo stesso nome ma in due diverse città polacche; biglietti messi tutti assieme, scambiati, introvabili, recuperati e di nuovo impossibili da trovare. E tutti e due, monsieur G. e monsieur K. sono capitati proprio al mio sportello. Storie buffe. Meno divertenti le attrici parigine che scendono al sud (perché non si può mancare il Festival), con figlie altrettanto attrici che cercano posti all’ultimo minuto e, ovviamente, non li trovano. L’attrice cercava in ogni modo di rimarcare il suo disappunto, fino alla frase perfetta, classica di chi vorrebbe ma in realtà no, non può, e lo sa: “qu’est que je peux faire pour avoir des places? Je vais appeller Stanislas Nordey…” Dubito che abbia chiamato uno degli artisti associati di quest’anno (l’avrebbe già fatto prima, se avesse davvero potuto) e dubito anche che potrà regalare un biglietto a sua figlia. Tant pis.

La stanchezza continua a essere diffusa, uno sbadiglio un sorso di rosé fresco. Persone che chiamano e persone da chiamare. La città invasa di adesivi con su scritto “Sophie Calle ta guele” (lei è un’artista performer di culto, a quanto sembra, a me completamente sconosciuta). Il celerino che si gratta la schiena con l’impugnatura del manganello. Mentre in Italia altri manganelli, sempre più pesanti, continuano a piovere sulle persone e sulle lotte. Come se nulla fosse cambiato da quei giorni di luglio di dodici anni fa. Anzi: qualcosa è cambiato, in peggio. Ma il nome di Carlo Giuliani e Genova non si cancellano dalla mente. E la Val Susa resiste. Leggo le notizie dall’Italia nelle pause di lavoro e non riesco a commentare, a pensare, a potere. Resto afono, impossibilitato. Cosa ancora deve succedere, mi chiedo?

Abito questo presente un po’ schizofrenico, dalla strada arrivano musica e clacson. Da domani i ritmi cambieranno, anche se il Festival continua fino al 26. Avignone si svuoterà pian piano fino a rimanere deserta durante il mese di agosto: locali e ristoranti chiusi, solo i turisti in giro. La città, dopo queste settimane di eccesso – spettacolare, lavorativo, alcolico -, ha bisogno di riposarsi per avviarsi verso il lungo inverno, anche se sarà quasi letargico. Allora anche noi ci prendiamo agosto di sospensione e a settembre giocheremo a inventarci ancora una volta, a scommetterci addosso il futuro.

O ci prendiamo l’Europa o ci teniamo gli editorialisti (su paghette, diritti, disoccupazione)

22 maggio 2013 § Lascia un commento

Dopo la cantonata dei panettieri a duemila euro al mese e dei laureati precari, qualcuno deve aver spiegato a Gramellini che la situazione lavorativa degli under 40 non ha niente a che vedere con l’essere choosy. Così, finalmente, anche l’editorialista de La Stampa parla di “terremoto sociale” e di “giovani o ex giovani disposti a tutto e condannati al niente“. Lo fa – dalla sua posizione di tutelato e ben retribuito – commentando i dati di un sondaggio Coldiretti/Swg che dice che “il 28 per cento dei giovani tra i 35 ed i 40 anni sopravvive con i soldi di mamma e papà”. E sarebbero disposti a fare qualsiasi lavoro pur di avere un reddito dignitoso.

Che ci volesse una ricerca commissionata da Coldiretti per svegliare qualche “vecchio” nelle redazioni fa sorridere, ma meglio tardi che mai, anche se nell’articolo del quotidiano torinese si parla di quarantenni che vivono con la paghetta dei genitori: una connotazione dispregiativa e una scelta lessicale precisa che dimenticano che in Italia non esiste praticamente nessuna forma di sostegno al reddito né di aiuto per situazioni di precarietà e difficoltà lavorativa.

Questa settimana in edicola c’è anche il servizio di copertina di Internazionale che parla di disoccupazione giovanile a livello europeo. “Disoccupati di tutta Europa unitevi” è il titolo in copertina, sostituito all’interno da un molto più veritiero “Generazione senza lavoro”. Dopo decenni passati a frammentare e individualizzare il mondo del lavoro, a diversificare contratti e posizioni, a precarizzare e impoverire ogni percorso professionale è difficile che i giovani disoccupati di tutta Europa facciano fronte comune. Se i 26 milioni di senza lavoro nell’Unione Europea dichiarassero l’indipendenza – come ipotizza José Ignacio Torreblanca – diventerebbero il settimo stato del continente per grandezza. Ma, come diceva Warren Buffet, la lotta di classe esiste ma è la classe ricca che sta facendo la guerra e la sta vincendo.

Gli articoli selezionati da Internazionale raccontano qualche storia personale, analizzano la situazione di alcuni Paesi e i tentativi di risposta dei governi. Manca uno sguardo al futuro. E credo sia sintomatico.

È possibile portare la ricerca di una risposta alla domanda “che fare?” a livello europeo? Se sì, come?

In realtà quando ho iniziato a scrivere volevo partire da un fatto personale: il mio primo contratto di lavoro  in Francia (comunque a termine) è il primo contratto di lavoro della mia vita in cui ho ferie pagate. E dire che i primi lavori li ho fatti da quando ho iniziato l’università (nel 1997). Del resto, noi lavoratori intellettuali “siamo la fascia alta dei morti di fame“.

Intanto, qui in Francia, continuiamo a conoscere persone provenienti da tutta Europa, intorno ai trent’anni, che parlano tre o quattro lingue, che hanno vissuto in almeno un paio di Paesi diversi, che hanno fatto parecchi lavori. Tutti – o quasi – nella morsa della precarietà, nella necessità di reinventarsi ogni giorno, impegnati a costruire percorsi fatti di salti e frammenti e mobilità. Forse stiamo già inventando un futuro diverso. Forse: da dentro è difficile capirlo. Forse dovremmo prenderci le istituzioni. Perché dovremmo essere noi a rispondere alla domanda: cosa vuole fare l’Europa con questa generazione che sta perdendo?

“Giustizia non è mai fatta”: citazione e approfondimenti su Amianto di Alberto Prunetti

20 maggio 2013 § Lascia un commento

Giustizia è fatta? No, non è mai fatta. Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi. Senza dover morire “a norma di legge”. È lavorare senza essere sfruttati. È non dovere veder riconosciuto solo da morto quello che è un diritto da vivo. La sentenza afferma soltanto che Renato è stato esposto all’amianto, non che l’amianto l’ha ammazzato, anche se ci vuole poco a fare due più due. Ma certi medici si appelleranno ancora alle loro epistemologie per non ammettere il nesso tra nocività ed esposizione, che implicherebbe una ricaduta sociale del loro sapere. E il sistema previdenziale, accollandosi una lieve rivalutazione delle pensioni delle vedove, scarica sulla collettività (sui lavoratori che finanziano le casse dell’Inps) quelle responsabilità che andrebbero invece accollate al datore di lavoro, alle imprese che hanno guadagnato sulle spalle degli operai ammalati o esposti. Loro dovrebbero pagare e loro dovrebbero bonificare l’amianto. Ma è più facile far pagare la collettività piuttosto che la confraternita dei padroni.

Amianto di Alberto Prunetti è un libro necessario. È una storia dell’industria italiana dal basso, dal punto di vista di chi – con una fortissima etica del lavoro – ci ha messo e rimesso la vita. È un libro necessario in un Paese in cui si continua ogni giorno a morire di lavoro, in cui la vita dei lavoratori è meno importante dei profitti, in cui la precarizzazione delle vite è estesa a ogni settore. Perché, come ricorda Valerio Evangelisti nell’introduzione, “un operaio [ma direi: un lavoratore, qualsiasi mestiere eserciti] con la fronte bassa non è un operaio, ma un involucro funzionale a produrre miseria propria e ricchezza altrui.”

Approfondimenti

Di stanchezza e domande precise e terribili: uno sguardo fuori fuoco sul presente

6 maggio 2013 § 3 commenti

Mentre su Facebook citavo la poesia Stanchezza di Fernando Pessoa, aprivo un link che mi portava alla rubrica di Raimo e Mancassola su Rolling Stone, ad aprile intitolata proprio Tutta questa stanchezza. Quelle non-casualità che vale la pena indagare. Ho letto l’articolo, interessante (anche se necessariamente sintetico, ma gli spazi della rubrica sono quelli). La parte di Raimo secondo me coglie di più nel segno con alcuni tratti veloci, mentre Mancassola si pone su una linea molto delicata (vita reale vs vita online) che meriterebbe uno spazio più ampio per l’approfondimento. Però entrambi descrivono bene alcuni elementi comuni di questa contemporaneità.

Quello che vorrei, quello che sto cercando, quello che vorrei contribuire a produrre è il passo successivo all’analisi. E trovo che manchi, ovunque, anche in chi (penso al Vasta di Spaesamento) avanza qualche lucida argomentazione (quando parla di una “rabbia lucida e onesta”): anche se ci avviciniamo al cosa non riusciamo a capire il come. Pochi giorni fa su Twitter ho avuto una conversazione con @danffi; si parlava di altro ma, arrivando all’assenza culturale, mi ha inchiodato con tre domande: “Dove siamo noi? Qual è la nostra narrazione? In cosa incidiamo?” Domande precise e terribili. E sono proprio quelle a cui non riesco (riusciamo?) a rispondere.

Mancassola ha ragione quando parla di “consistenza pastosa, sempre meno fluida” dei pensieri, di stanchezza bianca che avvolge. Come se stessimo vivendo fuori fuoco, cercando una chiarezza di visione (comprensione) impossibile da trovare. Ed è chiaro che in tutto questo le tecnologie giocano un ruolo fondamentale. Ma non è solo di quello, ovviamente. C’entra la nuova dimensione del lavoro: veniamo da una società in cui il senso d’identità era costruito prevalentemente intorno a quello e ora viene a mancare, trascinando con sé la capacità di costruzione e decodificazione del mondo (e dobbiamo prepararci a società in cui la disoccupazione sarà sempre maggiore, sembra).

Nonostante questo, la leva del fallimento personale è utilizzata appena si può e quindi la disoccupazione viene additata come colpa (frutto di scelte sbagliate, mancanza di umilità e capacità di adattamento, snobismo…) da moralisti facili (da Gramellini alla Fornero, passando per una vasta schiera di politici, ministri e confindustriali).

Noi restiamo in questa situazione intermedia, senza farci attirare dalle illusorie retoriche di innovazione e startup, delle “magnifiche sorti e progressive” delle tecnologie digitali che continuano a produrre ancora più assoggettamento che liberazione (tornerà di moda parlare di classe?). Muoviamo il nostro sguardo opaco sul mondo e sul flusso rumoroso dell’essere eternamente connessi e non riusciamo a vedere. Mi viene in mente quello che Valerio Magrelli scriveva sulla miopia (commentando una sua poesia): “Se qualche segno giunge ad essere identificato, gli altri restano indietro, appena abbozzati, fossili ottici, impronte, lineamenti trattenuti sotto il pelo dell’acqua, pronti a affiorare benché ancora indiscernibili. Così, mi muovo in uno stato di perenne pre-comprensione e allerta.”

Ma pre-comprensione non è comprensione (appunto) e l’allerta perenne genera stanchezza perché mette il nostro corpo e la nostra mente sotto una tensione immotivata. In tutto questo, i fiumi di ironia social (che oggi trionfano nel giorno della morte del grande vecchio della politica italiana) sono quell’intelligenza che è parte della resa (sempre Vasta).

Sentirci paralizzati e stanchi è il minimo che possiamo provare: oltre, c’è solo l’abisso.

Il governo Letta e l’Italia di oggi visti dai media francesi

30 aprile 2013 § 2 commenti

Dalla Francia si guarda all’Italia sempre con un misto di curiosità e diffidenza. Il governo Letta e la difficile situazione politica seguita al voto del 24 e 25 febbraio non fanno eccezione.

Su Le Monde è Philippe Ridet a rispondere alle domande dei lettori e sottolinea un aspetto fondamentale della situazione italiana (grassetti miei):

Une fois encore, l’Italie démontre sa réputation d’être un laboratoire politique de l’Europe. Elle l’a été avec la naissance du parti anti-immigrés, la Ligue du Nord, elle l’est encore avec l’irruption du Mouvement cinq étoiles dont le fonctionnement et le succès sont regardés de très près par Jean-Luc Mélenchon et Marine Le Pen.

Partout en Europe, la gauche et la droite sont en crise sous la pression des populismes ou tout simplement de la crise économique. La coalition italienne est exactement ce que demande François Bayrou en France.

L’importanza dell’Europa, il rischio che questo governo faccia salire ancora i voti di Grillo, la crisi del PD (“il grande sconfitto”) e l’importante ruolo di Berlusconi nella formazione di questo governo sono i temi su cui il corrispondente di Le Monde in Italia si sofferma. Senza dimenticare che:

D’une certaine façon, le gouvernement Letta symbolise une forme de restauration.

Éric Jozsef di Libération dà molta importanza al “grande sogno europeo” di Letta:

Les forces politiques italiennes, de droite, du centre et de la gauche, qui devaient lui accorder hier soir leur confiance, ont mis l’accent sur les promesses du nouveau chef de l’exécutif en matière de réformes institutionnelles ou de réduction de la charge fiscale sur l’emploi, mais Enrico Letta a en réalité adressé un message à l’ensemble du continent.

Médiapart sottolinea che “sans entrer dans le gouvernement, les Grillini ont pesé” (articolo a pagamento), punto sottolineato anche da Le Monde: “le gouvernement Letta est le produit de l’irruption de Beppe Grillo sur la scène publique”.

Anche Le Figaro dà molta importanza agli impegni europei che Letta ha assicurato saranno rispettati. Il nuovo primo ministro, nel suo discorso,

s’est montré déterminé, volontaire, lucide sur les difficultés qui l’attendent et fortement désireux de les affronter.

Ma è

Silvio Berlusconi (qui) sort gagnant du bras de fer politique qui a conduit à la formation du gouvernement d’Enrico Letta.

L’Humanité dà rilievo piuttosto alla continuità tra il governo Letta e quello del suo predecessore, titolando “Un clone de Super Mario pour succéder a Monti” (prima della formazione del governo) ed “Enrico Letta dans le pas de Monti” (a governo fatto). Non solo: L’Humanité sottolinea che questo governo “remet en selle Silvio Berlusconi“, che ha imposto il suo delfino Alfano come ministro dell’Interno.

Le Monde segue una linea editoriale di centro-sinistra ed esce il pomeriggio, è il quotidiano francese più diffuso all’estero. Libération, nato con orientamento politico di estrema sinistra, si è spostato negli ultimi anni su tendenze socialdemocratiche e “liberal-libertarie” (definizione dell’ex direttore Serge July). Médiapart è un progetto di informazione online nato nel 2008 che si regge economicamente sugli abbonamenti dei lettori per garantire l’indipendenza di giornalisti e una tendenza radicalmente democratica. Le Figaro ha una linea editoriale conservatrice, di centro-destra. L’Humanité dà voce alle varie anime della sinistra antiliberista e anticapitalista. (Aggiornamento: 3 maggio alle 13.09)

Italiani emigrati: +30% nel 2012 per i media (ma in realtà sono molti di più)

8 aprile 2013 § 2 commenti

Negli ultimi giorni i media italiani hanno dato ampio spazio alle cifre presentate dall’Aire (Anagrafe della popolazione italiana residente all’estero) relative al 2012. I titoli parlavano di “boom di giovani emigrati”, “giovani in fuga”, “boom dell’emigrazione”, “boom espatri”. Il dato più significativo è l’aumento del 30,1% degli italiani residenti all’estero nel 2012 rispetto all’anno precedente. In numeri: 78.941 hanno trasferito la propria residenza all’estero l’anno scorso, contro i 60.635 del 2011.

A essere cresciuta è, in particolare, la quota di persone tra i 20 e i 40 anni, che rappresentano il 44,8% del totale di coloro che nel 2012 hanno trasferito la propria residenza in un paese diverso dall’Italia (con un +28,3% rispetto al 2011).

Quasi tutti gli articoli hanno parlato di dati relativi all’emigrazione, ma questa è una semplificazione: le cifre presentate dall’Aire, infatti, non riguardano il numero complessivo di italiani che hanno lasciato il proprio paese, ma solo di quanti hanno deciso di trasferire la propria residenza all’estero.

Secondo quanto indica il sito dell’Aire, devono iscriversi all’anagrafe dei residenti all’estero:

  • i cittadini che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi;
  • quelli che già vi risiedono, sia perché nati all’estero che per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo.

Quindi, chi si è iscritto all’Aire nel corso del 2012 potrebbe aver lasciato l’Italia nell’anno precedente (o anche prima) e quasi tutti coloro che hanno deciso di partire nel 2012 potrebbero non aver ancora richiesto il trasferimento della residenza all’estero. Noi due cicloemigranti, per esempio, all’Aire non siamo (ancora) iscritti e pure parecchie persone che conosciamo e che vivono all’estero anche da anni – non solo qui in Francia – non sono iscritte: dunque non rientriamo nelle cifre dell’Aire.

Il numero di coloro che hanno lasciato l’Italia nel 2012 è probabilmente molto più alto e andrebbe precisato che il dato si riferisce a un aspetto particolare dell’emigrazione e non all’espatrio in senso generico, cosa che non viene chiarita bene sui media (anche se qualche lettore, almeno sul Fatto Quotidiano, ha fatto notare l’imprecisione).

Che l’aumento dell’emigrazione sia legato alla crisi è fuori di dubbio, anche se all’interno dell’Unione Europea la situazione non è particolarmente felice in nessun paese (e a livello di burocrazia ci si muove in doppio labirinto, aggiungerei). I dati Ismu presentati a dicembre 2011 confermavano anche un rallentamento dell’immigrazione in Italia, diventata meno attrattiva negli ultimi anni. Gli italiani si confermano pronti a emigrare anche secondo le stime Eurostat: i nostri connazionali che vivono in un altro paese dell’UE sono il quinto gruppo di espatriati (dietro a romeni, turchi, marocchini e polacchi).

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