Istantanee dal Festival d’Avignone 2014/5 (della fine che arriva, di stanchezza e di voglia di rimettersi in viaggio)

27 luglio 2014 § Lascia un commento

Scrivo nella mia ultima pausa prima di rientrare a lavoro. Questa notte il Festival sarà finito. Un’edizione particolare, diversa dalle altre. La lotta degli intermittenti, il meteo impazzito tra pioggia, vento e temperature basse, gli spettacoli annullati e i rimborsi. C’è aria di smobilitazione, sui luoghi, per le strade, in biglietteria. Questa mattina l’ho passata al telefono, una trentina di chiamate, qualche ultimo biglietto venduto. E stasera si chiude con il concerto/reading delle Têtes Raides alla Courd d’honneur, gruppo che ho scoperto grazie alla loro bellissima versione di un testo altrettanto bello di Stig Dagerman, Notre besoin de consolation  (qui la versione francese del testo, che è stato tradotto anche in italiano).

E la stanchezza, sì. Tutti sono stanchi e sono contenti che sia arrivata la fine. L’intensità dei ritmi e del lavoro, il rumore e la confusione della vita della città: è tempo di restare più tranquilli, di riposarsi un po’. L’ideale sarebbe lasciare la città, almeno per un giorno, meglio per qualche settimana. Ripulirsi la testa e i nervi. Lasciar sbiadire il ricordo della fisarmonica che tutti i giorni alla stessa ora passava sotto casa, sempre la stessa melodia popolare, per promuovere chissà cosa; la tensione dei 10 minuti prima dell’inizio degli spettacoli, quando ci sono davanti una trentina di persone in lista d’attesa per dei posti che non si sa se ci saranno (di solito sì, solo una volta ho dovuto lasciar fuori due persone), le code lunghissime per i rimborsi.  Questa edizione è stata così, diversa, particolare, forse un po’ meno festiva e festivaliera. Come se fossimo tutti con la testa altrove, almeno in parte. Un’edizione così, anche con meno mie parole scritte, meno spettacoli visti, meno festa.

Intanto, qua, ci si prepara già all’autunno – tra logistica e novità (ancora pochi giorni e vi posso raccontare ciò che non potevo annunciare) e ancora una volta cercheremo di capire la migliore direzione da prendere – sperando di trovare il tempo per viaggiare, che ce n’è bisogno.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/4 (di biglietti dalle storie strane, di tappi per le orecchie, di musica jazz e parole in francese)

20 luglio 2014 § Lascia un commento

Secondo compleanno al Festival, ma questa volta mi resta ancora una settimana di lavoro. Faccio orari strani, frammentati tra la mattina e la sera. Scrivo in una lunga pausa prima di rientrare in biglietteria, fuori piove. Le facce in giro sono un po’ più stanche. Non restano più molti biglietti da vendere e i ritmi sono tranquilli.

Biglietti: ne sentiamo di ogni tipo.

C’è la signora che ha strappato per sbaglio il suo in tanti pezzetti e, accortasi dell’errore, lo ha riattaccato con lo scotch su un foglio di carta, ce l’ha mostrato timidamente chiedendo se sarebbe comunque potuta entrare (sì, siamo buoni, in fondo, e il biglietto era giusto).

C’è quello che “i biglietti sono finiti per sbaglio in un tritadocumenti”. Ma noi possiamo fare dei duplicati solo per i posti numerati, non per gli altri: vedi la tristezza, un misto di rabbia e rassegnazione. Mi spiace, ma non posso fare nulla. L’ho ripetuta spesso questa frase.

Oppure c’è la coppia che arriva dal Belgio, si presenta all’entrata con un biglietto per lo spettacolo giusto ma per un’altra data; da qualche parte c’è stato un errore di comprensione, è chiaro, ma quando hanno prenotato i biglietti al telefono hanno verificato con il mio collega le date, poi li hanno ritirati in biglietteria e ancora una volta avrebbero dovuto verificare (io lo consiglio sempre). Non posso fare niente, ancora. Alla fine comprano altri due biglietti ed entrano. “C’est aberrant”, dice lui. Non ho molto da rispondere.

Poi c’è la tedesca che ha comprato tutti i biglietti al prezzo ridotto per i beneficiari di Rsa (un sussidio statale), perché pensava che fosse quella la riduzione per chi compra biglietti per più di cinque spettacoli. Spiego la situazione, faccio pagare la differenza e le chiedo di passare in biglietteria il giorno dopo per regolarizzare gli altri biglietti.

C’è quella che fa più di un’ora di coda allo sportello per i rimborsi e quando arriva scopro che gli spettacoli che ha prenotato e pagato sono nei giorni successivi. “Rimborsiamo solo gli spettacoli che sono stati annullati”, le spiego. Resta come sorpresa, voleva cambiare data o spettacolo, non ricordo. Le consiglio di rivendere i biglietti e di comprarne di nuovi, se ce ne sono ancora. Resta basita, prende i suoi biglietti e se ne va.

Poi ci sono quelli che hanno comprato biglietti per spettacoli o concerti che si tengono fuori da Avignone, un po’ senza rendersene conto, un po’ perché forse le informazioni non sono chiarissime: il problema è che non sanno come arrivarci. Ancora una volta: mi dispiace, ma non posso fare niente.

E sono solo alcune delle storie, almeno sono quelle che io ho vissuto in prima persona.

Intanto, finalmente, sono riuscito a vedere An old monk, testo di Josse de Pauw. Un uomo che invecchia e la sua voglia di vivere (e di ballare), i pensieri che cambiano con il passare degli anni, il desiderio di solitudine, di farsi monaco, monk. Il secondo Monk è Thelonious e le musiche suonate dai tre formidabili musicisti sul palco sono un omaggio al grande jazzista. Bello, coinvolgente. Da ascoltare e da portare dentro.

Mentre la notte, più tardi, quando il sonno chiama, è il momento di smettere di ascoltare: troppo rumore sotto casa, la musica orrenda del Cubanito, gli ubriachi fino a mattina, i camion della spazzatura e quelli del supermercato all’angolo e della panetteria sotto casa. Sono diventato più sensibile ai rumori, il rombare esagerato dei motori, le urla della gente, tutto ciò che forma quella soglia di suoni disarmonici, costanti, che riempiono le nostre città. Dovremmo ritrovare più silenzio, il rumore continuo tende il mio sistema nervoso, impedisce il riposo. Per la prima volta ho iniziato a dormire con i tappi nelle orecchie e il mio sonno è tornato pieno, rinfrancante. Abbiamo anche iniziato a cercare una casa nuova, magari per l’autunno, non in centro e più tranquilla, sempre che i documenti che potremo fornire siano sufficienti per i proprietari.

Finisco con qualche parola in francese, condivisa una decina di giorni fa su Facebook: molti amici mi hanno detto che quelle righe descrivevano bene quello che sentiamo, in tanti, di questo Festival. Eccole.

Je ne le sens pas vraiment, ce Festival. Et je ne suis pas le seul. Pas envie de faire la fête, pas trop envie de voir des spectacles, de rentrer tard après un (long, comme était d’habitude) passage au bar du In. J’ai vécu qu’un seul Festival, en 2013, mais l’ambiance était complètement différente. Aujourd’hui, pas la même motivation, pas les mêmes énergies: pour les intermittents, pour les précaires, pour les intérimaires le futur risque d’être dur et difficile: c’est la majorité de ceux qui bossent à Avignon pour le Festival et le Off, pour la culture. On sent la lutte, on sent la fatigue. Les regards inquiets se croisent dans les rues, qui ne sont pas vides, c’est vrai, mais qui ne voient même pas autant de monde que les autres années. Et la météo est arrivé comme à souligner cette différence: la pluie, les orages, le vent, l’air, d’un coup, fraîche. On ne dirait pas que c’est juillet. Fin septembre, plutôt. Fin, en tout cas. On sent un sens de fin dans ce début. Je travaille, dans la ville, au milieu des gens, des travailleurs et des spectateurs. Mais je voudrais me perdre entre arbres et rochers, sur de chemins de montagne. Marcher. En silence. Peut-être aussi pour fuir le bruit visuel et auditif de ce besoin de (auto)promotion qui traverse la ville. Déserter. Se soustraire.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/3 (di scioperi e rimborsi, di auto con il cambio automatico e di una telefonata che carica e dà gioia)

15 luglio 2014 § 1 Commento

Billetterie en greveQuesto mio giorno libero è iniziato lento, quasi svogliato. La stanchezza degli ultimi turni di lavoro, molto intensi, si fa sentire. La temperatura è salita di qualche grado e ora sembra estate. Ho l’impressione che ci sia più movimento nelle strade, anche se il fine settimana più partecipato dovrebbe essere stato quello – allungato – concluso il 14 luglio. Fine settimana che è iniziato con una giornata di mobilitazione e sciopero, votato dopo varie assemblee generali e dei singoli servizi. In biglietteria abbiamo deciso per un blocco nel pomeriggio e, per la prima volta nella storia del Festival, il servizio è rimasto chiuso dalle 14 alle 19. Parecchi spettacoli sono stati annullati. La manifestazione (foto) – circa un migliaio di persone – è partita dalla stazione, abbiamo attraversato anche le piccole stradine del centro per arrivare al Palazzo dei papi. Alle otto di sera, la compagnia giapponese che avrebbe dovuto mettere in scena il Mahabharata, annullato, ha deciso di portare estratti dello spettacolo sulla piazza davanti al Palazzo dei papi. Un gesto bello e importante: uscire dai luoghi del Festival ha permesso a chiunque passasse di assistere allo spettacolo e ha sottolineato in modo forte che quest’anno c’è qualcosa di diverso, che nessuno può andare in scena tranquillo.

Mi fa sorridere pensare che mi ci sia voluta la Francia per scioperare: in Italia non ho mai avuto un contratto che mi permettesse di dichiarare sciopero per un certo numero di ore quindi, tecnicamente, non avevo mai scioperato fino a sabato scorso.

In compenso, il giorno dopo, in biglietteria è stato il delirio: biglietti da rimborsare o da spostare su un’altra data, lavoro a ritmi serrati, testa fusa a fine giornata. Bello, però, vedere la solidarietà del pubblico nei confronti del movimenti di intermittenti e precari. Pochissima rabbia, un po’ di dispiacere – certo – per non aver potuto assistere agli spettacoli, ma molta comprensione. Perché la cultura non potrebbe esistere senza intermittenti ma nemmeno senza pubblico. E per saperne qualcosa in più sullo statuto degli intermittenti, c’è un video, sintetico e molto ben fatto, che racconta come stanno le cose, mettendo finalmente a tacere le tante falsità che circolano sui media (e nei commenti delle persone).

Il pomeriggio continuo sempre a fare la cassa alla Chartreuse di Villeneuve, arrivo sempre in biglietteria in bici, per volare sopra il Rodano, schivare il traffico e distendere muscoli e pensieri prima di ricominciare a vendere e verificare biglietti. Quasi sempre, però, ci sono colleghi di altri servizi che devono essere presenti, quindi tocca prendere la macchina. Il problema è che le auto del Festival sono iper-tecnologiche (per i miei standard) e, soprattutto, hanno il cambio automatico. Quelle elettriche, poi, non ti accorgi nemmeno quando hanno il motore acceso. Domenica, al primo tentativo, senza nessuno che mi spieghi come gestire tanta elettronica a servizio della mobilità, l’auto resta nel parcheggio, salgo in sella alla bici e parto. La collega, che non guida, trova un’altra soluzione. Al ritorno mi prendono un po’ in giro, ma è deciso: lunedì mi sveleranno i misteri del cambio automatico, del bottoncino per mettere in moto e di tutto ciò che devo sapere per guidare. Così, ieri, ho guidato per la prima volta una di queste auto – che sembrano un po’ un gioco per bambini. Piede sinistro ben lontano dai pedali e mano destra che continua a muoversi a vuoto, cercando la leva del cambio, invano.

Tra manifestazioni, biglietti e lezioni di guida, abbiamo trovato il tempo per assistere a un altro spettacolo, Vitrioli, messo in scena da Olivier Py, direttore del Festival, su un testo di Yannis Mavritsakis. Duro, spietato. Una scena minimale, giocata sui contrasti e sui corpi. Corpi umani come carne da macello, in un sistema economico e di relazioni da cui è impossibile uscire. Si assiste alla catastrofe e non c’è salvezza. Grandissimi attori, una regia perfetta, solo qualche problema a seguire i sopratitoli, sia perché c’è tanto testo, sia perché in alcuni momenti gli schermi sono coperti dai teli di plastica della scena. Recupererò il libro, perché questa tragedia contemporanea, nerissima, racconta molto dei nostri giorni.

Coincidenza di questo giorno libero, mentre ancora cercavo di svegliarmi del tutto, mi è arrivata una telefonata dall’Italia. Una telefonata importante, che aspettavo da tempo. Oggi non voglio svelare nulla, che qualche dettaglio deve ancora essere sistemato, ma tra un paio di settimane potrò raccontarvi tutto. Per adesso vi dico solo che sono carichissimo e felice.

Istantanee dal Festival di Avignone 2014/2 (di un inizio che sa di fine, di calcio, politica e teatro, di un contachilometri perduto)

8 luglio 2014 § Lascia un commento

Schivo le mani di chi mi vuole passare un volantino mentre cerca di convincermi che il suo spettacolo è quello che davvero non posso perdere, tra le troppe pagine della programmazione dell’Off. Anche quest’anno ho vinto una piccola, sciocca, sfida personale: percorrere tutta rue de la Republique senza che nessuno provasse nemmeno ad allungare la mano verso di me. In qualche modo una sottrazione, se pur giocosa.

Questo inizio di festival è sotto tono, lo commentano tutti, c’è meno gente, c’è meno allegria, meno rumore per strada. Come una stanchezza diffusa, una leggera inquietudine, come se le energie fossero conservate per altro, per qualcosa di più necessario. Io sono arrivato stanco, è vero. Pensavo che la mia percezione fosse legata a questo, ma tutte le persone con cui parlo me la confermano. Poi è arrivata la pioggia a complicare la situazione (e il lavoro in biglietteria) e a raffreddare ancora un po’. Il diluvio – per due volte – si è rovesciato sui manifesti attaccati ovunque, strappandoli, cacciandoli a terra, impastando la cellulosa e l’inchiostro sull’asfalto. A un certo punto, poco lontano dalle nostre postazioni, l’acqua ha iniziato a filtrare da una vetrata, scivolando ovunque. Un fulmine ha anche colpito il Palazzo dei papi. Qualcuno ci potrebbe vedere dei simboli (in questi casi mi torna sempre in mente l’ossessionato e paranoico protagonista di Inferno di Strindberg, libro che ho letto parecchi anni fa e di cui ricordo solo questa cupa ossessione del riconoscere simboli in ogni evento che si manifesta sul percorso). Anche no, penso.

Le bandiere del Brasile si mescolano ai manifesti degli spettacoli, qua sotto casa, per la prima semifinale di questi mondiali, che non ho seguito e di cui so poco. La musica brasiliana suonata dal vivo che entra dalle finestre tra poco lascerà spazio alle voci dei telecronisti e alle urla dei tifosi. Unica riflessione: bello vedere tante comunità, numerose e rumorose, riunirsi e tifare, festeggiare. I francesi, certo, ma soprattutto i brasiliani, i colombiani, gli algerini. Algerini che, con i loro festeggiamenti, hanno portato il calcio nel territorio della politica: “non si può essere algerini e francesi, chi ha la doppia cittadinanza deve scegliere da che parte stare”, è stato detto loro (indovinate da chi?). La miglior risposta è arrivata dal giornalista Abdou Semmar. Vale la pena leggerla.

(Una piccola pausa per una cena a base di zucchine, burrata, rosé e parole.)

Torniamo al teatro. Il Prince de Hombourg che abbiamo visto l’altra sera – al di là di alcune belle e potenti scelte di regia, che facevano giocare gli attori con le proiezioni sulle pareti della Cour d’honneur – era troppo classico e declamato per riuscire a coinvolgere. Io, spettatore, resto fuori dalla storia, fuori dalle emozioni, distratto. Bella scoperta, invece (non l’avevo mai vista), Emma Dante: le sue Sorelle Macaluso mi hanno colpito. Sanguigno, fisico, familiare, duro e dolce. Sensazioni ritrovate anche in Via Castellana Bandiera, visto nel pomeriggio. Una scrittura potente, chirurgica. E nella sceneggiatura del film credo si senta, chiara, anche la presenza di Giorgio Vasta.

Teatro, dall’altro lato (non della scena, ma dello sportello). Oggi ho fatto la mia prima cassa su un luogo del Festival. Esperienza nuova e io, come sempre, curioso. Corsa in bici per attraversare il Rodano e arrivare a Villeneuve in orario, accaldato e sudato. Ritorno tranquillo, ma dal manubrio salta via il contachilometri, me ne accorgo solo quando torno in sede. Peccato, penso. C’erano anche i chilometri che mi hanno portato anni fa all’Arzibanda e, soprattutto, quelli che mi hanno portato qui, in Francia. Poi, penso, i chilometri sono nelle gambe e nella testa, nella vita di tutti i giorni, adesso. Non mi è mai interessata la performance: amo pedalare. Il contachilometri è solo per la curiosità, per il gioco. Ne troverò un altro, quando mi andrà.

Mi accorgo che, per caso (?), ho iniziato con un gioco e finito con un altro gioco (quello della velocità, dei chilometri pedalati). Sorrido.

Istantanee dal Festival d’Avignon 2014/1 (del bisogno di farsi vedere, del bisogno contrario di scomparire, di lotte e inquietudini)

3 luglio 2014 § Lascia un commento

Il mio Festival, quest’anno, è iniziato con una fuga. Poco meno di 100 km in bici verso nord, tra strade di campagna e sentieri tra i boschi, saliscendi tra calanchi. Necessari per rimettere a posto testa ed emozioni. Ci siamo lasciati la città alle spalle, nel suo risveglio tardivo, di negozi che aprono alle 10 e di gente in giro, e siamo tornati per ritrovarla mutata, ancora una volta ricoperta di manifesti: tutti gli spettacoli dell’Off che cercano visibilità, che vogliono farsi vedere. Una volontà ostinata, una volontà perfettamente in sintonia con questi tempi che ci impongono presenza e prestazione. Presenza e prestazione che (per forza, per necessità percepita) devono essere  moltiplicate nell’ubiquità della rete. Partecipare, esserci e, soprattutto, distinguersi. Continuo a preferire il frinire quasi assordante delle cicale, gli incontri rari ma che lasciano il segno, il coltivare un’assenza che non è sottrazione di responsabilità ma educazione di sé, ricerca di vuoti, di interstizi di tempo non riempiti dal fare né dall’essere presenti.

Anche quest’anno sono alla biglietteria, lavoriamo già a pieno regime da parecchi giorni. Il passaggio dall’altro lavoro (best job ever, senza dubbio!) è stato brusco (e mi rendo conto che mi è sempre più difficile resistere per molte ore davanti allo schermo di un computer). Sempre divertente, lavorare e uscire con i colleghi, incontrare il pubblico, cercare anche di far capire che la protesta degli intermittenti dello spettacolo non riguarda solo loro ma anche il pubblico, la vita stessa della cultura in Francia. Perché quest’anno l’atmosfera non è la stessa dell’anno scorso: l’accordo firmato da alcune parti sociali, e su cui il governo sembra intenzionato ad andare avanti, minaccia di peggiorare radicalmente la vita dei lavoratori dello spettacolo (e di tutti i precari in generale): c’è ansia per il futuro, rischio di costante esplosione. Alcuni festival sono già stati annullati, azioni e proteste sono organizzate in tutto il paese. E, anche se il personale e gli intermittenti del Festival d’Avignon hanno votato all’80% contro il blocco del Festival, ci sono gruppi che hanno già iniziato azioni dure di disturbo (e altre che è un po’ più difficile capire in questo contesto, come riempire una dozzina di carrelli al supermercato e andarsene senza pagare). C’è chi parla di giochi di potere tra i sindacati (e non stupisce), ma il rischio è che la lotta si trasformi in un’altra, brutta guerra tra poveri, che l’unità salti. E a quel punto, nessuno può dire cosa succederà. In ogni caso, l’aria non è tranquilla e tra le persone – colleghi, amici – si sente più l’inquietudine che la festa. Anche se i carré rouge si moltiplicano, appuntati su magliette e camicie.

Il Festival inizia ufficialmente domani, stasera andiamo a vedere la répétition générale del Prince de Hombourg messo in scena da Giorgio Barberio Corsetti (prova generale che ieri è stata interrotta, poi ripresa) alla Cour d’honneur del Palazzo dei Papi. In tasca ho un paio di inviti per il bar del Festival. E in questa attesa, lotto contro un sonno costante e cerco di tenere a bada la voglia di caricare le borse sulla bici e partire.

Cambiare sguardo. Un quasi-bilancio del primo anno in Francia (con citazioni pop)

30 settembre 2013 § Lascia un commento

Nelle ultime settimane ho pensato più volte che avrebbe avuto senso scrivere qualcosa nell’anniversario della partenza (o in quello dell’arrivo ad Avignone). Ma non amo le ricorrenze, e settembre è stato un mese intenso: nuovi progetti che iniziano a crescere, richiedendo concentrazione ed energie, colloqui di lavoro, burocrazie da tenere a bada, collaborazioni in arrivo dall’Italia. Non c’è stato molto tempo per pensare: i momenti lontani dal computer erano per fughe in bici a esplorare la Provenza, per un bicchiere con gli amici che abbiamo ritrovato e con quelli che sono appena arrivati.

Però ci abbiamo pensato. All’11 settembre, al mattino della nostra partenza da Piazza Maggiore, con la telecamera di Repubblica e gli articoli su di noi che iniziavano a uscire man mano che macinavamo chilometri di via Emilia. E al 21 settembre, il giorno dell’arrivo (accidentato!) ad Avignone: diverso da come l’avevamo pensato. Ed è proprio nell’idea di diversità dalle aspettative, diversità rispetto all’immagine che ci si costruisce in testa che sta il senso di questo anno. Sradicarsi aiuta a cambiare prospettiva: cambia la lingua, cambia il quotidiano, cambiano per forza i pensieri che questo quotidiano descrivono e cercano di decifrare.

Ci sono stati più momenti, in questo anno, che hanno segnato per me uno scarto in una nuova direzione. Tra questi c’è l’esperienza di lavoro al Festival di Avignone: (come) essere catapultati in un mondo completamente nuovo, dopo quasi dieci anni nella comunicazione, di cui molti da freelance, in solitaria davanti al pc. Ed è in questo mondo completamente nuovo che arriva il cambio di prospettiva, in cui la convinzione di continuare a lavorare nella comunicazione viene messa in scacco dall’evidenza che altri percorsi non solo sono praticabili ma anche belli, ricchi, interessanti. Come scrivevo in un commento a un post di Giovanna Cosenza:

A volte penso che rimanere in un determinato settore lavorativo sia un dovere che ci si autoimpone, a prescindere dal sogno che ci guida.

Ecco: nel primo anno in Francia mi sono liberato da questo dovere autoimposto ed è una bella sensazione di libertà: posso fare altro, posso farlo bene ed essere sereno. La cosa buffa è che, almeno in parte, sto ritornando verso il mondo da cui mi ero allontanato, in particolare il giornalismo, ma lo sto facendo da un nuovo punto di vista (appunto) e con le idee molto più chiare: per adesso sono progetti non redditizi, vero, ma su cui sto investendo perché per me hanno un grande valore e mi portano in una delle direzioni che mi piacerebbe prendere. Non solo: sto anche cercando di costruire prospettive di lavoro completamente nuove, che prima di partire non avevo mai preso in considerazione (perché?).

Lo so. Queste sono parole e discorsi teorici: non hanno l’odore delle mani sporche di grasso dei pomeriggi passati in ciclofficina, la fatica dei chilometri pedalati con il mistral in faccia, il gusto del Traminer alsaziano stappato per brindare a un nuovo arrivo e al nostro primo anno qua, il mal di testa di pomeriggi passati a scrivere e riscrivere bandi per ottenere finanziamenti, la condivisione immediata, epidermica di quegli spaesamenti comuni tra chi si sta inventando un nuovo percorso fuori dal suo paese, l’aroma di pastis del Mon Bar, il labirinto di Pôle emploi, contratti e formazioni. Perché questo è stato il nostro settembre, di questo sa la nostra decisione di rimanere qua.

Cambiare sguardo, trovare un modo diverso di pensare alle possibilità e alle difficoltà da affrontare. E proprio oggi ho scelto di scrivere queste righe, perché mi sono ricordato dello spunto che mi aveva dato un amico, poco meno di un anno fa. Si parlava di scritture e di cover. È leggero, come spunto, ma forse non più di tanto. E se vi chiedete cosa ci fa un video di Carly Rae Jepsen in questo blog, guardate anche il secondo video: cambiare sguardo, pensare alle stesse cose in modo diverso. Ecco, proprio quella roba lì.

Istantanee dal Festival d’Avignon/9 (di fine, di scosse punk per le strade e di un’Italia sempre più desolante)

29 luglio 2013 § Lascia un commento

Ogni fine sembra essere paradigmatica, quasi a contenere in sé un universale che allarga lo sguardo. Questo si sente per le strade di Avignone, ora che il Festival è finito e che anche all’Off restano solo un paio di giorni. Le strade che si svuotano, i locali meno affollati, i manifesti degli spettacoli che vengono staccati, strappati da mani e vento o da spazzini che vogliono mettersi avanti sul lavoro, i volantini sparsi a terra e accumulati, irregolari. E mi stupisco dell’energia con cui le compagnie continuano a fare promozione agli spettacoli, a fermarti per strada sorridendo e recitando la formuletta che ormai esce automatica. Qualcuno si inventa soluzioni buffe per le ultime rappresentazioni, come l’uomo che è seduto su una finestra al primo piano di una casa su rue de la Carretterie e lascia penzolare, dalla cima di una sorta di canna da pesca, i volantini attaccati con una molletta, trovando i sorrisi di chi non sa se abboccare all’amo di questa pubblicità simpatica, inaspettata.

Ieri sono arrivati a trovarci LuisMi e Ibrahim da Madrid: sempre bello vederli e condividere tempo con loro, anche nell’attesa di un covoiturage che non arriva mai: oggi pomeriggio, terribile: a ogni chiamata per chiedere quando sarebbe arrivato, la risposta era la stessa “tra un’ora”. Risultato: tre ore e mezza di ritardo in partenza. Chissà a che ora arriveranno a Cannes.

Di questo primo nostro Festival restano tante sensazioni, tante immagini. E ricordo di quanto fosse difficile capire davvero i racconti invernali degli amici su come cambia la città e su come impazziscono i ritmi di vita: dovevamo viverlo per scoprire che è davvero così. I ritmi intensi del lavoro, il primo bicchiere condiviso della serata che si trasforma nel secondo e nel terzo, in discorsi che si incrociano, amici che si ritrovano e nuovi amici che si incontrano. Parole, sguardi, stanchezza ricacciata indietro perché è comunque bello condividere tutto questo, per quanto effimero, euforico, atmosfera alterata. E gli attori in scena, gli spettacoli, le emozioni e le suggestioni (ma anche la noia, certo) di chi lavora sull’umano e cerca di trasmetterlo. Qualcosa che è difficile capire da fuori, senza viverlo, e io ho avuto il vantaggio di lavorare proprio all’interno di questa enorme macchina. Ne è valsa la pena.

E ancora è di immagini e di istantanee: la camionetta della polizia che impedisce il passaggio del bus, fa manovra in retromarcia e falcia un paletto di metallo a difesa del marciapiede e nemmeno il poliziotto anziano, che dà le indicazioni per la manovra, se ne cura; il rumore dei bicchieri che si rompono nelle terrasses dei ristoranti e dei bar, una colonna sonora asincrona ma costante, percepita ovunque – e non solo sotto casa – (che genera una domanda inutile ma divertente: quanti bicchieri si saranno rotti, in città, durante il Festival?); i Crs che vengono a scroccare da bere al Cubanito verso mezzanotte, confermando (come se ce ne fosse ancora bisogno) che è un posto che non ci piace per nulla. Fortuna che a salvarci dalla sua musica stanotte è arrivato un temporale terribile e violento, bellissimo, che ha riempito le strade d’acqua e fatto saltare più volte l’illuminazione pubblica. Ma al Cubanito, sarà perché l’abbiamo sotto casa, sarà perché abusa oltre ogni limite dell’immagine del Che, attacchiamo anche un altro ricordo volante: Ibrahim e Mery entrano per improvvisare ballo e risate e, dopo nemmeno un minuto che sono sulla pista vuota, il proprietario arriva, i menu in mano e un perentorio “se volete ballare dovete consumare”. Pessimo. L’immagine del Che a difendere l’eccesso normativo della società dei consumi.

Negli ultimi giorni mi sono concesso solo uno spettacolo, bello, potente, punk: i Générik Vapeur, marsigliesi, con il loro Bivouac, azione di strada tra bidoni, fuochi e fumogeni, un camion (che sembrava uscito da Mad Max) con sopra i musicisti, caspi di insalata e bicchieri pieni di liquidi blu (come le facce di tutti i membri del gruppo), parata rumorosa e provocatoria finita a saltare come pazzi dietro al camion lungo le mura, traffico bloccato e poliziotti affaticati a gestire questa iniezione di rumore, energia e follia sulle strade avignonesi.

Lo vivo, lo sento addosso, mi piace. Niente di innovativo, è energia che si sprigiona e invade le strade, conquista (e impaurisce) il pubblico, lascia una traccia: disegna (il vivere) la città in modo diverso. Mi rendo conto che intorno a me, durante tutto il tempo della parata (un’ora o poco più, forse), sono circondato da persone con il telefonino in mano, sospeso davanti al viso o poco più su, che riprendono senza sosta. È un tema su cui sto lavorando in questi giorni (per cercare di costruire un progetto di dottorato) ma ancora una volta mi colpisce: siamo nell’epoca della perdita dell’esperienza, in cui nulla ormai è reale se non è moltiplicato, mediato, rifratto dagli schermi (di uno smartphone, di un tablet, di un pc o di una tv digitale). Ecco che allora si preferisce filmare malamente, instabili, senza qualità né montaggio, piuttosto che guardare con i propri occhi, come a dire: se non posso riprodurlo, mostrarlo non è esistito davvero. Possibilità in più o sottrazione di senso? Non lo so, ma sono sicuro che per adesso è ciò che mi spinge ad allontanarmi dall’immagine e dalla presenza – da Instagram ai social network. Mi è tornato in mente Notre Cam de Paris, video di Albert Figurt che descrive molto bene questi meccanismi. Eccolo.

La serata è continuata con amici e colleghi al bar del festival, chiusura riservata ai lavoratori, ultima serata possibile di un bar che tira mattina qui in città, rientriamo alle cinque e mezza, manchiamo l’alba per poco, per stanchezza, nonostante la voglia di prendere la bici e buttarsi sull’erba dell’Ile de la Barthelasse per sentire il sole che sorge sul Rodano. L’alba ce la prenderemo presto, ma partendo dal mattino. Intanto abbiamo trovato un covoiturage per rientrare in Italia il 14 agosto. E l’Italia, che rimane desolante a guardarla da lontano: i valsusini accusati di terrorismo ed eversione (ma cosa state cercando, ancora?!), Pd e Pdl compatti con gli avanzi di centro e i razzisti della Lega a votare, a Bologna, per ignorare i risultati del referendum sul finanziamento alle scuole private, i poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi che tornano in libertà. E mi fermo qui perché provo pena. Domani (o dopodomani) tutti parleranno della sentenza per l’imputato B. e intanto continueranno a dimenticarsi di quanto marcia sia la nostra democrazia (e di quanto B. sia solo la punta di un iceberg).

E in questo sentimento schizofrenico tra la serenità (qui, nonostante le difficoltà) e lo sconforto (là, nonostante l’appartenenza), la chiusura della partita iva in Italia e la preparazione dei documenti per avere finalmente la Carte Vitale in Francia sembrano indicare quasi con chiarezza la direzione per i prossimi mesi (e forse più).

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