Nymphomaniac: uno sguardo dentro noi stessi (che può spaventarci)

12 aprile 2014 § Lascia un commento

Ora che sta uscendo in Italia, qualche amico mi ha consigliato di tirare fuori queste righe su Nymphomaniac, l’ultimo film di Lars Von Trier, scritte a caldo dopo la visione delle due parti del film qualche mese fa. Eccole.

Mi avvicino a Lars Von Trier ogni volta con un misto di attrazione e repulsione. A volte l’ho trovato terribile, letteralmente impossibile da guardare (è stato il caso di “Antichrist” e forse di “Gli Idioti”), altre irritante e violento (“Le onde del destino”, anche se ora non lo ricordo più bene), altre volte ancora perfetto nel mettere in scena il dramma umano (“Dancer in the dark” ma anche quell’esperimento strano che è “The Kingdom”; “Dogville” e il suo “seguito” “Manderlay”), poetico e visionario (“Melancholia”). Con “Nymphomaniac” non sapevo bene cosa aspettarmi.

Devo premettere che non amo Charlotte Gainsbourg (al mio pregiudizio verso i figli d’arte sono molto legato) soprattutto perché mi sembra un’attrice in grado di fare una sola espressione (in questo caso, nei film di Von Trier è un’espressione che può funzionare, con altri registi un po’ meno – vedi Gondry ne “L’arte del sogno”). Comunque. “Nymphomaniac”. Intanto bisogna dire che nelle sale – almeno in quelle francesi – è arrivato in due parti da circa due ore, contro le 5 ore e mezza del film integrale che Von Trier avrebbe voluto proiettare in una sola sessione.

Se è vero che quando ti siedi sulla poltroncina del cinema ti chiedi “cosa inventerà questa volta per shockare, provocare e disgustarmi?”, quando il film inizia sei rapito dalla storia, forse anche per la forma narrativa scelta, un racconto nel presente che parte a ritroso per flashback e digressioni (visive, concettuali) spesso anche ironiche e divertenti. Questo forse smorza anche la tensione che le vicende narrate ti fanno sentire alla bocca dello stomaco. “Nymphomaniac” è un bel film. È bello perché Von Trier è capace di portare uno sguardo privo di giudizio sulla storia che mette in scena e, dentro, c’è tutto, esasperato, portato ai limiti e oltre: il senso di colpa e di peccato, l’ossessione, la dipendenza, il sesso – pervasivo –, l’autonomia rivendicata fino a forzare il proprio corpo, l’ideologia, l’esplosione dei conflitti di genere, le tradizioni culturali… Soprattutto: l’impossibilità dell’innocenza o, forse, la possibilità di trovare un’innocenza in quello che agli occhi di tutti è colpa, peccato. C’è perversione, c’è malattia, c’è sangue, ma la rappresentazione non è mai morbosa, è piuttosto dialettica, riflessiva, anche grazie all’espediente narrativo con cui gli attori non solo riflettono sulle vicende passate ma fanno riflettere lo spettatore.

In questo scandagliare l’umano ai limiti estremi, nella sua massima tensione c’è la bellezza e la poesia di questo film, di un Lars Von Trier, le cui ossessioni forse non gli permettono di vivere una vita serena ma consentono a noi di gettare uno sguardo in un al di là che, forse dovremmo ammettere, è soprattutto dentro di noi.

Segnalo anche l’interessante lettura di Giona Nazzaro su MicroMega.

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#coglioneSì, #coglioneNo ma siamo sempre la terra dei cachi

21 gennaio 2014 § 2 commenti

Il boom mediatico della campagna #coglioneNo si è probabilmente già esaurito, così come l’onda di analisi, commenti, critiche. Io ho trovato i video ben fatti e la campagna sacrosanta: farsi pagare per un lavoro quando un compenso è stato pattuito e il lavoro svolto dovrebbe essere il minimo, ma in questo paese i minimi vanno sempre più giù, si sa.

Trovo fuorviante, come sottolineava Loredana Lipperini, il fatto che come termini di paragone vengano prese professioni più “tradizionali” del creativo: le condizioni lavorative sono peggiorate per tutti (in questo caso la crisi è solo l’ennesima scusa usata per colpire in basso) ed è vero che tra un redattore precario e un cuoco di Eataly non ci dovrebbe essere differenza, perché la battaglia per i diritti è la stessa. O almeno dovrebbe essere la stessa.

Se così non è, credo che in parte sia dovuto al fatto che le professioni creative/intellettuali siano ammantate di un’aura che le rende qualcosa di più nobile e più elevato rispetto alle altre professioni. E proprio in virtù di questa aura è pieno di gente che è disposta a fare la fame pur di ritagliarsi un micro spazio di visibilità in questo mondo, così come dall’altra parte è pieno di committenti, clienti e datori di lavoro furbetti (quando va bene) e truffatori (quando va peggio) che sono ben felici di avere tanta manodopera pronta a scannarsi per poche briciole. È la legge del mercato, no?

Non solo: gli anni spesi da governi di ogni colore a individualizzare all’estremo contratti e situazioni lavorative hanno fatto sparire dalla nostra percezione l’orizzonte collettivo (se lo chiamo “coscienza di classe” do l’impressione di non voler uscire dal Novecento?). Il risultato è un po’ una guerra di tutti contro tutti e condizioni che peggiorano, per tutti.

Trovo però che questa campagna abbia avuto anche un altro pregio: sollevare il dibattito sul settore creativo. O almeno è quello che è successo nella mia rete di contatti.

Premetto: io intendo “settore creativo” in senso abbastanza lato, per il mio percorso professionale. Per me ci rientrano comunicazione, giornalismo ed editoria, perché sono i settori che ho conosciuto meglio, da dentro. Non ho dubbi che lo spettro si possa allargare anche parecchio. Su questo, sul target della campagna, rimando all’analisi di Giovanna Cosenza (“chi è che oggi non si senta un po’ artista, un po’ creativo e molto genio incompreso dalla società?”).

Il dibattito sul settore creativo, dicevo. Perché è proprio a causa delle condizioni di lavoro in questo settore – oltre che di una considerazione generalmente piuttosto bassa o, meglio, hobbystica, delle professioni intellettuali e creative (sulla cui origine potremmo dilungarci all’infinito) – che gli autori della campagna hanno sentito il bisogno di sottolineare una cosa ovvia: che il lavoro va pagato. Punto. Se questo fatto non è scontato dovremmo farci qualche domanda. Perché, purtroppo, non sarà una campagna a spingere i committenti, furbetti o truffatori che siano, a pagare i prossimi giovani di belle speranze che saranno ingaggiati  (e torniamo alle condizioni generali del lavoro: ci sarà sempre qualcuno “disponibile” a cascarci). In un settore in cui informalità e accordi verbali sono spesso una regola, dovrebbe intervenire la legge a tutelare i soggetti più deboli. Ma, davanti a editori nullatenenti o a committenti che si fanno di nebbia anche con gli ufficiali giudiziari purtroppo per i pesci piccoli c’è poco da fare (e cito casi dalla mia diretta esperienza personale).

Ci sono poi altri elementi che vale la pena sottolineare. Niccolò Contessa, nel suo intervento su Minima&Moralia, parla di “incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di ‘farcela’”. Luca Pakarov, su Rolling Stone, dice:

Ciò nonostante sussista una resistenza indomita, che fagocita il precario a non mollare, è attanagliata nel lato più profondo, intimo e simbolico, quello dell’obbligo di lasciare un segno tangibile del suo transito in un mondo già collassato da figure superflue, dove la famiglia è un articolo pubblicitario, il lavoro un’utopia, il domani oggi, le relazioni liquide, i valori contradditori, le figure di riferimento corrotte. (…) Sotto le luci dei riflettori chiunque è propenso a sfoderare i gioielli, a stiracchiare le qualità per trasformarle in doti paranormali, in attitudini artistiche fantasmagoriche, virtù che per lo più si dimostrano scialbe, leggermente ipnotiche e sempre autoreferenziali.

E la campagna #coglioneNO rientra all’interno di questo tipo di comunicazione:  certo, l’obiettivo è giusto e condivisibile, ma rientra all’interno di quella necessità di autopromozione costante che regola il mercato della creatività e della comunicazione (e sicuramente altri, ma li conosco meno). Farsi notare, emergere, distinguersi. Tutte caratteristiche della creatività (o almeno di una sua interpretazione). Ma anche direttamente legate alla capacità di vendersi, di trasformare in produzione di identità (e del marchio di se stessi) e, di conseguenza, in monetizzazione (diretta o indiretta) qualsiasi cosa una persona decida di pubblicare in rete. (È un tema che potrebbe diventare enorme, toccando la messa a produzione del tempo libero che i social network hanno portato nel nostro quotidiano, l’auto-imprenditorialità al ribasso e molto altro, quindi mi fermo qui.)

Queste sono le condizioni in cui ci si trova a lavorare, l’importante è averlo molto chiaro. Mi è già capitato più volte di sconsigliare o, quantomeno, di spingere a valutare con molta attenzione la possibilità di intraprendere una carriera in settori come il giornalismo e l’editoria perché in questo momento sono praticamente impossibili. Mi conforta il fatto di non essere l’unico a farlo, anche perché non ho pretesa di verità: probabilmente chi ha talento, determinazione e capacità di vendersi ce la farà. Per me, al contrario, dopo una decina d’anni nel settore, credo sia il caso di passare ad altro (ma questo ha molto a che fare con percorsi e stanchezze personali).

[fr] Le mouvement des “Forconi”: extrême droite ou révolte spontanée?

12 dicembre 2013 § Lascia un commento

Mon premier article en français pour Struggles In Italy!

Struggles in Italy

Depuis le 9 Décembre, des manifestations se sont produites dans des dizaines de villes italiennes pour dire “assez” au gouvernement Letta, pour demander que “tous les élus s’en aillent” et contre l’augmentation des impôts. L’appel à manifester a été lancé par un comité de promoteurs (“Coordinamento 9 dicembre”) et par des petits syndicats des camionneurs et des agriculteurs. Artisans, commerçants, petits entrepreneurs se sont joints aux protestations. Le mouvement a pris le nom de “Forconi” (fourches) déjà apparu en Sicile en 2012.

forconi bandiera

Ces manifestations ont réuni des personnes qui vivent des grandes difficultés liées à la crise économique (perte du travail, appauvrissement…) mais aussi des jeunes, des chômeurs, des hooligans (notamment à Turin où des heurts se sont produits entre manifestants et policiers). Des barrages routiers ont étés mis en place sur routes et autoroutes : à Rome, en Vénétie, en Campanie, autour de Milan, à Palerme…

View original post 412 altre parole

Pane e meccanica (si parla di attesa, disciplina e cose da cui ripartire)

9 dicembre 2013 § Lascia un commento

Impastare bene la sera prima di andare a dormire, per trovare al risveglio l’opera della lievitazione, pronta da lavorare ancora prima di infornarla. Seguire un tempo che non è mio. Pensavo che sarebbe bello registrare questa levitazione in video, per poi fare un montaggio accelerato che mostri i cambiamenti, il volume che aumenta, la pasta che si gonfia, in pochi istanti, un minuto. Poi ho pensato che no: il tempo giusto per vedere questa lievitazione è il tempo reale, quello che pasta madre, farina, acqua (e sale e olio) impiegano per crescere. Allora una delle prossime volte che faccio il pane potrei restare la notte a fargli compagnia, magari con un buon bicchiere e anche un libro, e osservare minuto dopo minuto, ora dopo ora, l’evolversi di questa lavorazione. Come con i rinfreschi durante la giornata prima della panificazione, bello sentire che il tempo è un altro, bello riscoprire la pazienza e il senso dell’attesa.

Niente rapidità, niente flusso incessante di informazioni emozioni inutilità, niente passaggio dal supermercato alla tavola, ma tutto il gusto di sentire gli ingredienti mescolarsi sotto le mani, di sentirli cambiare, l’odore che arriva alle narici e che imparo a conoscere e riconoscere. E di volta in volta imparare di più, capire come intervenire per ottenere ciò che desidero.

Attesa, pazienza e disciplina.

ciclofficinaLe stesse cose che sto imparando dalla meccanica che, come diceva Leonardo il chirurgo della bici, è una terapia. Il dato, semplice ma fondamentale: a un problema corrisponde una causa. Anche qui: imparare a riconoscerla, a intervenire, poco alla volta, imparando a smontare e rimontare, facendo errori, smontando e rimontando di nuovo fino al risultato migliore.

Mani sporche di impasto che rimane attaccato ovunque in un caso, sporche di grasso e nero e polvere nell’altro.

Come con il pane, così con la meccanica: non puoi avere fretta e non puoi fare le cose a caso. Imparare a controllare il risultato, imparare a prendersi il tempo necessario. E arrivare a sera con una bici pronta per andare in strada e con il pane appena sfornato che ti viene voglia di mangiarlo così, subito, ancora caldo, senza nient’altro.

In questi tempi ritrovati dimenticarsi dei social network, dell’ironia forzata, degli aggiornamenti continui e vacui, scoprendo che si può stare meglio. Da questo cercare di ripartire.

Appunti condivisi su Facebook ieri prima di andare a dormire, sentiti ancora più forti oggi in mezzo al delirio di primarie e forconi. “Sottrarsi è la controinformazione al tempo dei social e della Nsa”, mi diceva poco fa un amico (sottrazione, ancora). Il discorso sul cibo, poi, sarebbe molto più vasto. Consiglio di leggere il post su Giap che parla della “Disneyland del cibo” e i commenti che l’articolo ha suscitato, in particolare quando si parla di tempo da dedicare alla preparazione di ciò che mangiamo, all’idea di strappare tempo al lavoro e dedicarlo, attraverso l’alimentazione, alla cura di sé e alla relazione con sé e con gli altri.

Sottrarsi allo tsunami? Riflessioni (e dubbi) sull’informazione indipendente, da Genova a oggi

8 ottobre 2013 § 5 commenti

Avevamo ragione.
Abbiamo perso.
Il nemico si tiene gli ostaggi.
Fino a quando la marea non monterà un’altra volta.
(Wu Ming)

Ieri sera Eva, un’amica, ha condiviso su Facebook una nota, in cui cercava di mettere in comune gli interrogativi sul suo percorso nell’informazione indipendente italiana nata intorno ai giorni del G8 di Genova del 2001. Si chiedeva se valesse la pena rinnovare ancora l’hosting del progetto che aveva messo in piedi, Zabrinsky Point, che attualmente vive su Facebook. Zabrinsky Point era un progetto parallelo e gemello del nostro Information Guerrilla, che alcuni amici e io avevamo creato – per urgenza, per rabbia – in una calda domenica romagnola, all’indomani del pestaggio alla scuola Diaz. Non eravamo là, per me è stato una sorta di battesimo in assenza. Ma da lì è cominciata una storia che ci ha visto impegnati in prima linea per cercare di raccontare il mondo in modo diverso: eravamo tanti, cercavamo di trovare e condividere un percorso, un’idea di futuro, che sentivamo possibile, nonostante Genova, nonostante l’inizio della guerra globale.

Come Information Guerrilla siamo stati anche controllati da vicino dai servizi, siamo finiti nei dossier di Pompa e Pollari. Sto divagando, ma in questo percorso è difficile dividere gli aspetti più “professionali” (lo metto tra virgolette, perché non è mai stato un lavoro che ci permetteva di vivere) da quelli esistenziali. Ed è proprio questo che mi ha colpito nelle parole di Eva: so che ha centrato il bersaglio, perché tra gli amici che una dozzina di anni fa si sono lanciati in questa avventura dell’informazione indipendente, sono quelli i dubbi, le domande. Scrive Eva:

Ma soprattutto negli ultimi anni ho maturato un’idea sul mondo dell’informazione in tutti i suoi aspetti che mi sta rendendo avversa persino l’idea stessa della sua esistenza. Un’avversione fondata sul fatto che l’informazione tutta sembra assumere sempre di più una funzione consensuale, come ha insegnato Chomsky, più che di investigazione della realtà. Il fatto che essa venga espressa e recepita spesso in una prospettiva verticale, laddove sia essa a dover formare pensiero e coscienza e azione e non siano invece il pensiero e la coscienza e l’azione a preesistere e distinguere, “al di là dei fatti”, come direbbe Terzani. Il fatto che “il medium è il messaggio” (“messaggio”, non “ricerca”, non “strumento di comprensione”), scriveva McLuhan, dovrebbe già rendere diffidenti. Il fatto che ci si aspetti dal basso di essa di sapere quale posizione dovremmo assumere, su cosa indignarci. Il fatto che forse nel maremoto dell’informazione non c’è più spazio per un pensiero davvero libero, diverso, lucido, disinteressato, che chi ha la forza di mantenersi in quello spazio esiguo lo faccia per forza di inerzia e resistenza, per un disperato senso di giustizia e ribellione, per non perdere la propria direzione, il proprio vissuto, la propria identità.

Le domande restano aperte: le risposte chiamano a una riflessione comune più che a un’uscita individuale. Poi Eva parla anche della possibilità di sottrarsi, concetto che da queste parti è spesso in testa, negli ultimi tempi:

Vorrei che ci fosse un altro modo di fare e recepire informazione che non debba necessariamente presumere quell’epilogo terrificante [la morte di Vittorio Arrigoni], vorrei che per i mille Vittorio in giro per il mondo ci fosse ancora una possibilità, un’altra via, e allo stesso tempo sospetto che l’unica via sia il gesto estremo di sottrarsi allo tsunami.

Quando abbiamo iniziato la rete era qualcosa di diverso, forse di più lento: non esisteva YouTube, non c’erano i social network, la produzione di contenuti (di ogni tipo) non era ancora così diffusa come oggi. Rovesciando la frase, potrei dire che il rumore di fondo era molto minore. La sensazione di essere stati travolti da questa ondata è forte, ma non è che uno degli aspetti di questo interrogarsi. Appare scoraggiante anche il fatto che sembra siano pochi – tra i militanti e gli attivisti più giovani, che si occupano anche di informazione indipendente – a conoscere la storia e il percorso non solo di Information Guerrilla ma di tanti altri progetti di informazione: in questa accelerazione dell’infosfera la memoria si sfalda, si perde. Forse conseguenza di un

incessante flusso comunicativo della rete in quanto carburante del capitalismo comunicativo, che al modico prezzo delle piccole ‘pepite di godimento’ (adrenalina) rappresentati da notifiche e nuovi messaggi, si appropria della nostra energia libidinale, esaurendo le nostre capacità di resistenza, e ne fa commercio. (Cito dalla recensione di Tiziana Terranova all’ultimo libro di Bifo Dopo il futuro: dal futurismo al cyberpunk)

A tutti questi frammenti che si legano stavo cercando una conclusione, ma mi rendo conto di non averne: non è un’analisi dettagliata dei cambiamenti nel giornalismo indipendente e militante negli ultimi dieci o quindici anni, non è uno sfogo di dubbi personali, non è uno sguardo alle prospettive possibili per il futuro. È qualcosa che sta in mezzo a tutto questo e a cui, oggi, non riusciamo ancora a dare una risposta.

Cambiare sguardo. Un quasi-bilancio del primo anno in Francia (con citazioni pop)

30 settembre 2013 § Lascia un commento

Nelle ultime settimane ho pensato più volte che avrebbe avuto senso scrivere qualcosa nell’anniversario della partenza (o in quello dell’arrivo ad Avignone). Ma non amo le ricorrenze, e settembre è stato un mese intenso: nuovi progetti che iniziano a crescere, richiedendo concentrazione ed energie, colloqui di lavoro, burocrazie da tenere a bada, collaborazioni in arrivo dall’Italia. Non c’è stato molto tempo per pensare: i momenti lontani dal computer erano per fughe in bici a esplorare la Provenza, per un bicchiere con gli amici che abbiamo ritrovato e con quelli che sono appena arrivati.

Però ci abbiamo pensato. All’11 settembre, al mattino della nostra partenza da Piazza Maggiore, con la telecamera di Repubblica e gli articoli su di noi che iniziavano a uscire man mano che macinavamo chilometri di via Emilia. E al 21 settembre, il giorno dell’arrivo (accidentato!) ad Avignone: diverso da come l’avevamo pensato. Ed è proprio nell’idea di diversità dalle aspettative, diversità rispetto all’immagine che ci si costruisce in testa che sta il senso di questo anno. Sradicarsi aiuta a cambiare prospettiva: cambia la lingua, cambia il quotidiano, cambiano per forza i pensieri che questo quotidiano descrivono e cercano di decifrare.

Ci sono stati più momenti, in questo anno, che hanno segnato per me uno scarto in una nuova direzione. Tra questi c’è l’esperienza di lavoro al Festival di Avignone: (come) essere catapultati in un mondo completamente nuovo, dopo quasi dieci anni nella comunicazione, di cui molti da freelance, in solitaria davanti al pc. Ed è in questo mondo completamente nuovo che arriva il cambio di prospettiva, in cui la convinzione di continuare a lavorare nella comunicazione viene messa in scacco dall’evidenza che altri percorsi non solo sono praticabili ma anche belli, ricchi, interessanti. Come scrivevo in un commento a un post di Giovanna Cosenza:

A volte penso che rimanere in un determinato settore lavorativo sia un dovere che ci si autoimpone, a prescindere dal sogno che ci guida.

Ecco: nel primo anno in Francia mi sono liberato da questo dovere autoimposto ed è una bella sensazione di libertà: posso fare altro, posso farlo bene ed essere sereno. La cosa buffa è che, almeno in parte, sto ritornando verso il mondo da cui mi ero allontanato, in particolare il giornalismo, ma lo sto facendo da un nuovo punto di vista (appunto) e con le idee molto più chiare: per adesso sono progetti non redditizi, vero, ma su cui sto investendo perché per me hanno un grande valore e mi portano in una delle direzioni che mi piacerebbe prendere. Non solo: sto anche cercando di costruire prospettive di lavoro completamente nuove, che prima di partire non avevo mai preso in considerazione (perché?).

Lo so. Queste sono parole e discorsi teorici: non hanno l’odore delle mani sporche di grasso dei pomeriggi passati in ciclofficina, la fatica dei chilometri pedalati con il mistral in faccia, il gusto del Traminer alsaziano stappato per brindare a un nuovo arrivo e al nostro primo anno qua, il mal di testa di pomeriggi passati a scrivere e riscrivere bandi per ottenere finanziamenti, la condivisione immediata, epidermica di quegli spaesamenti comuni tra chi si sta inventando un nuovo percorso fuori dal suo paese, l’aroma di pastis del Mon Bar, il labirinto di Pôle emploi, contratti e formazioni. Perché questo è stato il nostro settembre, di questo sa la nostra decisione di rimanere qua.

Cambiare sguardo, trovare un modo diverso di pensare alle possibilità e alle difficoltà da affrontare. E proprio oggi ho scelto di scrivere queste righe, perché mi sono ricordato dello spunto che mi aveva dato un amico, poco meno di un anno fa. Si parlava di scritture e di cover. È leggero, come spunto, ma forse non più di tanto. E se vi chiedete cosa ci fa un video di Carly Rae Jepsen in questo blog, guardate anche il secondo video: cambiare sguardo, pensare alle stesse cose in modo diverso. Ecco, proprio quella roba lì.

Offline Lucania, cronache distratte di un passaggio da sud a sud

21 agosto 2013 § Lascia un commento

I sud possono essere così diversi: 1500 chilometri in un paio di giorni, da un sud a un altro sud, quasi tutti in auto, dalla Provenza alla Basilicata, con una sosta in Romagna. E proprio l’arrivo (gli arrivi) in Romagna portano con sé due sensazioni contrarie e sincroniche: ritrovare qualcosa e, attaccato a questo, desiderare di ripartire. Parlo di luoghi, di geografie; famiglia e amici sono sempre presenti anche nella distanza, parte del quotidiano. Forse perché ormai è un anno che stiamo in Francia, forse perché stiamo costruendo legami e progetti là e non qui, ma è come se Faenza (in cui continuo a pensare di aver passato troppi anni) avesse meno da dirmi, come se la trovassi un po’ meno conosciuta a ogni ritorno. Sensazione che coltiva l’interrogazione di cosa chiamare ritorno, ancora. Geografia che si fa più estranea a ogni passaggio, forse dovrei riappropriarmene ancora prendendo la bici e salendo in collina, dietro casa dei miei. Sono curioso di camminare per le strade di Bologna, capire cosa mi dà oggi questa seconda città che continuo a sentire un po’ mia, ritrovare luoghi e passaggi e stanze. (E scatoloni di libri ancora senza una sistemazione definitiva). Intanto vivo Faenza (anche) come un ipertesto, chiave per aprire memorie rimaste in qualche angolo del cervello, distratte. Cammino, guardo, ascolto.

Da sud a sud, dicevo. Il paesaggio della Basilicata – la zona intorno a Oppido e Genzano e fin verso Matera –: brullo, giallo, sulle colline che si perdono all’orizzonte in ogni direzione gli alberi si possono contare sulle dita di non più di due mani. Sono di più le masserie abbandonate e lasciate andare in rovina. In pochi giorni chiamiamo più volte anche i Vigili del fuoco, tra qui e la Puglia, per segnalare incendi a lato strada (a volte forse invano).

La strada: non siamo abituati a tutti questi chilometri in auto. Mi rendo conto che coltivo una leggera insofferenza verso tutti i luoghi che possono essere raggiunti sono con l’auto privata: mi sembra qualcosa che appartiene (o debba appartenere) al passato. Sbaglio? Anche il discorso della rinascita dai piccoli paesi, del sud come possibilità di futuro, non può non immaginare una reale alternativa al trasporto privato. Strada: asfalti sconnessi e strappati, sopraffatti da crepe, ghiaia, smottamenti. È uno spostarsi precario, gli ammortizzatori che molleggiano le asperità, le indicazioni che a volte latitano, in queste colline che sembrano assomigliarsi tutte è facile perdersi. Eppure c’è un fascino, che parla di altri ritmi e trascina con sé le tracce di una storia difficile e sofferta, che si lega all’emigrazione, alla terra, al vento, alla fatica. Il buio di queste terre ci svela un cielo che avevamo dimenticato.

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